Trivelle offshore: cosa sono, quante e in quali mari si continua a perforare

Quante e dove sono le trivelle in mare per estrarre il petrolio.

Un quinto della produzione mondiale di petrolio viene dal mare. Per estrarlo vengono usate piattaforme di trivellazione offshore, cioè in mare aperto, con grandi rischi per la biodiversità marina. A marzo 2016 il numero complessivo di piattaforme operative in attività di prospezione (cioè di indagini conoscitive nei mari) o di estrazione di petrolio e gas nel mondo era di 1.551 (secondi i dati di Eni Scuola). Quasi il 12 per cento in meno di quelle in attività a febbraio (erano 1.761) e il 18 per cento in meno rispetto a gennaio 2016 (1.891). Eppure il mondo della finanza e quello degli operatori del settore sostiene che le trivelle in mare consentiranno di estrarre petrolio ancora per tanto, tanto tempo. Forse troppo per il livello di sopportazione del nostro pianeta.

Come avviene l’estrazione

Le attività di perforazione in mare aperto ebbero inizio alla fine degli anni Trenta del Novecento nel golfo del Messico. A partire dagli anni Cinquanta vennero installati i primi impianti offshore di concezione moderna che ebbero un vero e proprio boom nei Settanta. Negli anni Ottanta si sono sviluppate tecnologie per l’estrazione in acque moderatamente profonde, mentre negli anni Novanta l’attenzione si è spostata sui giacimenti di idrocarburi nei mari più profondi.

Un pozzo può produrre da 500 a 1.000 tonnellate di petrolio al giorno (qualche migliaio di barili) e qualche centinaio di migliaia di metri cubi di gas naturale, per una vita complessiva di circa 30 anni. Quando viene estratto, il petrolio risale la condotta spinto dalla pressione dell’acqua e del gas presente nel giacimento: in questo modo si può recuperare il 30 per cento del petrolio e il 90 per cento del gas presente nel pozzo. Aumentando la pressione nel giacimento viene recuperato un ulteriore 10-15 per cento di materia e un altro 10-15 per cento ulteriore può essere estratto iniettando emulsioni, vapori o solventi che lavano le rocce e staccano altro petrolio. Circa il 40 per cento del petrolio contenuto in un giacimento rimane nella roccia e non può essere estratto con le tecnologie attualmente a disposizione. Proprio su questo aspetto si sta concentrando la ricerca petrolifera: migliorando la tecnologia a disposizione, vi è la possibilità di poter estrarre una maggior quantità di petrolio protraendo la durata dei giacimenti aperti.

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Una piattaforma off-shore produce fino a 1000 barili al giorno per una media di 20 anni (Foto di David McNew/Getty Images)

La situazione nell’Artico

La ricerca di petrolio in mare, oltre a migliorare le tecnologie, sta spostando l’interesse verso nuove zone di perforazione. Una tra le più papabili è la regione artica. Dopo lo stop delle trivellazioni in mare ordinato da Barack Obama prima di lasciare la presidenza degli Stati Uniti, il Parlamento europeo ha votato una mozione – presentata dagli eurodeputati Sirpa Pietikainen (Partito popolare europeo, Ppe) e Urmas Paet (Alleanza dei democratici e dei liberali per l’Europa, Alde) – per salvaguardare l’Artico e introdurre il divieto di estrazione di petrolio e gas naturale.

“La regione artica è particolarmente vulnerabile. Se la distruggiamo usando le sue risorse in modo non sostenibile, non solo distruggeremo una regione unica, ma accelereremo anche i cambiamenti climatici e inquineremo una fonte di acqua pulita. Gli effetti sugli stock globali della pesca sarebbero inoltre catastrofici”, ha spiegato Pietikainen.

Ma nonostante lo scioglimento dei ghiacci abbia ridotto il mare ghiacciato del 40 per cento rispetto ai livelli degli anni Ottanta, la sua importanza geopolitica in termini di approvvigionamento energetico sta crescendo velocemente. Le forze armate russe dal 2015 hanno fondato almeno sei nuove basi a nord del Circolo polare artico, inclusi sei porti in acque profonde e 13 aerodromi. Anche la Cina ha puntato gli occhi sull’Artico per l’accesso a nuove rotte commerciali e a nuove risorse energetiche. In Europa è la Norvegia ad avere il record di richieste di licenze esplorative nel mare di Barents benché non tutti i norvergesi siano d’accordo con questa linea d’intenti. Infine la Repsol – secondo Greenpeace Spagna – è pronta a violare la moratoria istituita da Obama per trivellare il mare al largo dell’Alaska, negli Stati Uniti.

Chi investe… e chi no

Non sempre le piattaforme di perforazione appartengono alle compagnie petrolifere. Il più delle volte quest’ultime si appoggiano a fornitori specializzati, detti contractor. I contractor sono società, generalmente quotate in borsa, che investono in mezzi di perforazione e li affittano alle compagnie petrolifere che li impiegano nella zona dei giacimenti. Oltre all’impianto, il contractor fornisce anche l’equipaggio, dal comandante ai marinai, oltreché naturalmente il team di operai che si occupa della perforazione e dei tecnici che li gestiscono. Gli idrocarburi estratti non appartengono al contractor, ma al cliente, ossia alla compagnia petrolifera.

Tra i principali contractor si possono citare:

  • Transocean
  • Diamond Offshore
  • Ensco plc
  • Saipem
  • Rosetti Marino spa

Mentre le principali compagnie petrolifere sono:

  • Exxon Mobil
  • Royal Dutch Shell
  • British Petroleum
  • Chevron Corporation
  • Eni
  • Total

Ma c’è anche chi le trivelle le ha abbandonate. Come il caso della Rockfeller Family quando un anno fa dichiarava di voler disinvestire il più velocemente possibile dalle perforazioni petrolifere (e si spera che abbiano mantenuto la promessa).

I danni ambientali delle trivelle

In occasione del referendum sulle trivelle che si è svolto in Italia l’anno scorso (senza raggiungere il quorum) sono stati pubblicati numerosi dati relativi ai danni ambientali che le perforazioni in mare possono arrecare al sistema marino. In particolare Greenpeace, elaborando i dati raccolti da Ispra, ha dimostrato come gli effetti della trivellazione incrementi in mare la presenza di sostanze nocive per gli organismi marini, tra cui idrocarburi policiclici aromatici e metalli pesanti come cromo, nichel, piombo, mercurio, cadmio e arsenico.

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Lo scoppio della piattaforma Deepwater Horizon nel 2010 è stato il più grande disastro ambientale della storia americana (Foto di U.S. Coast Guard via Getty Images)

Secondo i dati elaborati da Greenpeace pubblicati nel rapporto Trivelle fuorilegge, le sostanze chimiche pericolose eccedono i parametri di legge nei sedimenti e nelle cozze dell’Adriatico, dove operano una trentina di trivelle. Molte di queste sostanze sono in grado di risalire la catena alimentare fino a raggiungere gli esseri umani: i risultati mostrano che circa l’82% dei campioni di mitili raccolti nei pressi delle piattaforme presenta valori più alti di cadmio rispetto a quelli misurati nei campioni presenti in letteratura.

Leggi anche: Il disastro della Deepwater Horizon. Cosa è successo, le cause e i responsabili

Cosa dicono le organizzazioni che lottano per difendere l’ambiente

Nei mari italiani operano un centinaio di trivelle, ma del 70 per cento delle piattaforme non sono stati forniti dati di monitoraggio da parte del ministero dell’Ambiente. Non solo, Greenpeace denuncia anche il ruolo ambivalente dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), che da un lato opera come ente super partes per conto del ministero valutando gli esiti delle analisi a campione effettuate sulle piattaforme in mare; dall’altra, aggiudicandosi il bando di gara per effettuare i monitoraggi ambientali per conto di Eni, è l’esecutore dei campionamenti, delle analisi chimico/fisiche previste dai piani di monitoraggio e della stesura delle relazioni tecniche, per conto della principale compagnia energetica attiva nell’estrazione di petrolio offshore.

Il 3 aprile il governo italiano è tornato sull’argomento: secondo i movimenti ambientalisti il Ministero per lo sviluppo economico ha introdotto un meccanismo che consentirebbe alle società petrolifere titolari di concessioni entro le 12 miglia dalla costa già rilasciate di modificare, e quindi ampliare, il loro programma di sviluppo originario per recuperare altre riserve esistenti, e dunque costruire nuovi pozzi e nuove piattaforme. Per Legambiente, Greenpeace e Wwf è gravissimo che il governo proceda in questo modo su una questione così delicata, escludendo il Parlamento e non tenendo minimamente conto della volontà chiarissima espressa da 15 milioni di italiani nonostante il mancato raggiungimento del quorum al referendum contro le trivelle. Il Mise ha diramato un comunicato stampa nel quale sostiene che con il decreto si regolamenterebbero solamente le attività già consentite dalla legge.

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