Più donne nei ruoli al vertice: via libera alla direttiva europea Women on boards

Il Parlamento Europeo approva la direttiva Women on boards sulla presenza delle donne nei cda, ma solo per le imprese con almeno 250 dipendenti.

  • Il Parlamento europeo, dopo 10 anni, ha approvato la direttiva Women on boards.
  • Nei cda delle grandi aziende almeno il 40 per cento dei membri dovrà essere donna.
  • Finora una norma del genere era presente solo in 9 dei 27 Paesi europei.

Dopo ben dieci anni dalla sua prima formulazione, la direttiva Women on boards può finalmente entrare in vigore. Il Parlamento europeo, nella seduta di martedì scorso, 22 novembre, ha infatti adottato in via definitiva la proposta destinata ad aumentare il numero delle donne presenti nei Consigli di amministrazione delle società quotate in borsa dell’Unione Europea, le “women on boards” per l’appunto.

Cosa prevede la legge 

L’obiettivo reale della direttiva Women on boards è quello di introdurre procedure di assunzione trasparenti nelle società in modo che, entro la fine di giugno 2026, il 40 per cento dei posti di amministratore senza incarichi esecutivi e il 33 per cento di tutti i posti di amministratore siano occupati dal sesso sottorappresentato. Ovvero, nel 2022, ancora le donne nella quasi totalità dei casi.

Il merito rimarrà il criterio principale durante le procedure di selezione, che, secondo la nuova normativa, dovranno essere trasparenti. Le società quotate dovranno fornire annualmente informazioni sulla rappresentazione di genere nei loro consigli di amministrazione alle autorità competenti e, se gli obiettivi non sono stati raggiunti, dovranno spiegare come intendono ottenerli a breve termine, pubblicando la relativa road map sui siti delle società così da essere facilmente accessibili.

Il vero limite della direttiva Women on boards consiste nel suo ambito di applicazione: le piccole e medie imprese, con le quale la direttiva intende le aziende con meno di 250 dipendenti, sono escluse dall’ambito di applicazione della direttiva.

Donne discriminate a lavoro
Donne ancora in secondo piano e discriminate a lavoro © Gerd Altmann/Pixabay

La direttiva impegna i 27 Paesi dell’Unione a mettere in atto delle misure sanzionatorie effettive, dissuasive e proporzionate per quelle aziende che non seguiranno procedure di nomina aperte e trasparenti. Gli organi giudiziari dovranno avere il potere di sciogliere i consigli di amministrazione selezionati dalle società qualora dovessero violare i principi della direttiva, che entrerà in vigore 20 giorni dopo la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea: da allora, gli Stati membri avranno due anni di tempo per recepirla.

Il gender gap nei dati attuali 

Le due relatrici del provvedimento, l‘austriaca Evelyn Regner e l’olandese Lara Wolters, hanno spiegato in aula che “stiamo finalmente dando alle donne una possibilità equa di ricoprire posizioni di vertice nelle aziende e stiamo migliorando la governance aziendale. Le donne sono innovative, intelligenti, forti e capaci di fare molte cose. Stiamo eliminando uno dei principali ostacoli che impediscono alle donne di ottenere i posti di comando: le reti informali maschili”.

Nei dieci anni in cui questa direttiva è rimasta sullo scaffale,  hanno aggiunto, “i consigli di amministrazione sono rimasti prevalentemente appannaggio degli uomini. Ma nei paesi in cui sono state introdotte quote vincolanti (9 paesi su 27, ndr), sono state nominate molte più donne. Con questa legge, quei paesi non saranno più un’eccezione e l’equilibrio di genere nei consigli di amministrazione delle società quotate diventerà la norma in tutta la Ue”.

Nel 2021, in effetti, secondo uno studio dell’Istituto Jacque Delors solo il 30,6 per cento dei membri dei cda delle maggiori società quotate in borsa nell’Ue sono donne, con notevoli differenze tra i Paesi Ue (si passa dal 45,3 per cento della Francia all’8,5 per cento di Cipro). Nonostante la rappresentazione nei consigli di amministrazione sia aumentata, nel 2022 meno di una grande società quotata nell’UE su dieci ha una donna presidente o amministratrice delegata.

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