A porsi la domanda è la Corte dei Conti: dal 2019 a oggi tutti i dati diffusi riguardano vendite e incentivi, ma non i risultati raggiunti per l’ambiente.
Un piccolo frutto che stava rischiando di scomparire, portandosi dietro un pezzo di storia del Brasile.
L’umbù cresce nella ?caatinga?, la macchia tipica della
regione semiarida brasiliana, il Sertão. Prende nome dalla
parola ?y-mb-u” degli indios tupi-guarani, che significa ?albero
che dà da bere?. L?albero di umbù è infatti
dotato di un apparato radicale che egli permette di immagazzinare
anche due o tre mila litri d’acqua e di affrontare senza problemi
la siccità: una risorsa importante per una delle aree
più povere e aride del Brasile, dove l’agricoltura e
l?allevamento sono messi a dura prova dalla scarsità
d?acqua.
L’umbù si raccoglie a mano, delicatamente, e si ripone in
borse e secchi. I frutti sono tondi e possono essere piccoli come
una ciliegia o raggiungere il peso di un limone. La buccia è
liscia, verde o gialla quando sono ben maturi, mentre la polpa
è succosa, aromatica, agrodolce e all’interno nasconde un
grande nocciolo.
L’umbù si consuma fresco oppure trasformato in numerosi
tipi di conserve.
Tradizionalmente si prepara in gelatina (geléia) o in una
sorta di cotognata (doce). Dall’umbù si ricavano inoltre il
succo, il ?vinagre?, la ?marmelada?o, ancora, una composta di
frutti interi e zucchero che prende il nome di ?umbu em calda?. La
polpa fresca, o il vinagre, mescolati con latte e zucchero, sono
ingredienti della ?umbuzada?, una bevanda energetica usata
localmente per sostituire il pasto serale.
A cura della Fondazione Slow Food per la
Biodiversità Onlus
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