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Più che un semplice sex-symbol o un’icona cinematografica al pari di altre, l’effigie di Marilyn sembra attraversare i decenni come una sorta di pagina bianca o duttile tela sulla quale fioriscono da sempre infiniti esercizi di stile o variazioni sul tema. Archetipo della seduzione, mito dell’eterno femminino, musa intramontabile della moda e del glamour,
Più che un semplice sex-symbol o un’icona cinematografica al pari di altre, l’effigie di Marilyn sembra attraversare i decenni come una sorta di pagina bianca o duttile tela sulla quale fioriscono da sempre infiniti esercizi di stile o variazioni sul tema.
Archetipo della seduzione, mito dell’eterno femminino, musa intramontabile della moda e del glamour, ma anche brand pubblicitario riconoscibile, manipolabile e riproducibile come da perfetto canone warholiano.
E non è dunque un caso che tra gli artisti coinvolti nel ripercorrere le infinite elaborazioni figurative della star per antonomasia si annoveri in primis proprio lui, Andy Warhol, che insieme a Mimmo Rotella e a numerosi altri compare nella selezione di 67 opere della mostra “Marilyn per sempre”, ospitata dalla GlobArt Gallery di Acqui Terme (AL) fino al 10 gennaio 2016.
L’esposizione, promossa dall’azienda vinicola piemontese Cuvage, obbedisce a quella tipica vocazione dell’arte contemporanea ad interrogare incessantemente se stessa e l’intrinseco significato dell’agire artistico, esplorando quelle contaminazioni di generi e di linguaggi che tendono a sovrapporsi e a confondersi tra loro, come per l’appunto avviene attraverso l’icona di Marilyn.
Così, dalla celeberrima serie pop warholiana con le sue innumerevoli varianti di colore si passa alle immagini dell’attrice che affiorano dai manifesti cinematografici lacerati di Rotella, fino alla plastica ibernata di Omar Ronda (v. foto sotto) o ai puzzle di Ugo Nespolo, passando per la luce artificiale di Marco Lodola, la vetroresina di Gianni Cella o gli aggregati di piccoli oggetti di plastica policroma di Lady Be (v. foto sopra). E poi ancora il silicone di Vittorio Valente, le puntine da disegno di Carlo Pasini, l’ottone di Alessandro Di Cola, il plexiglass di Roberto Comelli e le altre varianti di Francesco De Molfetta, Massimo Sansavini, Dario Brevi, Alessandro Casati e Antonio De Luca. Una carrellata di tecniche e materiali eterogenei accomunati dal fine di rappresentare nella forma più originale e pregnante possibile le sembianze della bionda diva americana.
Un’ulteriore plurima conferma –se mai ce ne fosse bisogno– di come il singolare destino di Norma Jean Mortenson resti inscritto in quella vasta e inesauribile fruizione popolare immortalata nei versi a lei dedicati da un cantante altrettanto pop come Elton John: “Your candle burned out long before your legend ever did”.
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