Indigena, africana e portoghese. Questa è la triplice anima dello sconfinato paese sudamericano, da scoprire fra meraviglie della natura e paesaggi culturali.
Quello che nel continente antico si chiama Mal d’Africa, qui ha i toni malinconici della saudade. Un senso di nostalgia per i colori, i suoni,la gente e la natura di quel paese sconfinato che occupa circa la metà del Sud America. Un viaggio in Brasileè qualcosa che non si dimentica e che porta a casa quel sapore di scoperta che solo i luoghi ricchi di storia e storie ti lasciano addosso. Ecco tutta la complessità e ricchezza delle tre anime del paese, dietro a tre iconiche destinazioni. Dal mix caotico e ricco di contraddizioni di Rio de Janeiro, la città madre del Brasile, alle origini indigene della meraviglia naturale delle cascate di Iguazú, fino alle radici africane di Salvador de Bahia.
Rio de Janeiro, la natura a portata di città
Viene definita la Ciudade Maravilhosa per via del suo abbraccio di natura e cultura unico al mondo, che concentra montagne, foreste e spiagge attorno al suo centro urbano. Non a caso Rio de Janeiro è stata la prima città a ricevere il titolo di Patrimonio dell’Umanità Unesco nella categoria “Paesaggio culturale urbano“. Tutti conoscono il monte Corcovado immerso nella foresta di Tijuca, la più grande foresta urbana del mondo, sormontato dalla statua del Cristo redentore. O le celebri spiagge di Ipanema e Copacabana. E ancora l’iconica montagna del Pão de Açúcar, il Pan di zucchero. Tuttavia, non tutti conoscono la storia di Rio, la seconda città più grande del Brasile che ne è il cuore pulsante, ma soprattutto la baia madre.
Se prima dell’arrivo dei colonizzatori la Baia di Guanabara era popolata dagli indigeni Tupì, fu nel 1502 con Gaspar de Lemos che iniziòil nuovo corso del futuro Brasile. Il lusitano si spinse con le navi della flotta capitanata da Pedro Álvares Cabral tra queste impervie insenature, nel mese di gennaio. La baia venne scambiata per la foce di un ampio fiume e proprio per questo l’area venne battezzata come “Fiume di gennaio”, in portoghese Rio de Janeiro appunto. A parte una breve parentesi francese, la baia restò portoghese e nel 1565 ai piedi del Pão de Açúcar venne ufficialmente fondata la città di São Sebastião do Rio de Janeiro, dal santo che aveva lo stesso nome del re portoghese. Posta sulla triste rotta delle navi che trasportavano gli schiavi africani attraverso l’Atlantico, la città divenne ben presto una tappa strategica. E, grazie alla scoperta dell’oro, il porto si fece importante. La popolazione crebbe fino a diventare la più numerosa del paese e nel 1763 fu dichiarata capitale fino al 1960, quando le fu preferita la “città ideale” di Brasilia. Con la popolarità delle sue vaste spiagge cresce il turismo, aumentano in maniera esponenziale gli abitanti e nascono le prime favelas all’ombra dei quartieri più ricchi. Un contrasto evidente in ogni angolo della città, che è l’essenza stessa del Brasile con tutte le sue contraddizioni e mix di culture. Qui nasce la samba, quella danza portata dalle etnie africane di Bahia che si mescola alle tradizioni locali, fra saudade e gioia di vivere.
Prima di Rio de Janeiro, dal 1549 fu capitale Salvador de Bahia, che costruì la sua fortuna sulla produzione della canna da zucchero e del tabacco, ma anche dell’oro e dei diamanti. Tuttavia, una tale ricchezza, esibita negli edifici coloniali del centro storico, aveva come contraltare un fiorente commercio di schiavi provenienti dall’Africa che qui venivano smistati e messi all’asta. Un capitolo nero della storia coloniale brasiliana che rivive nella cultura meticcia della città, considerata la più africana del Brasile. Lo si nota nelle tradizioni come i riti Candomblé, una religione politeista introdotta proprio dagli schiavi dell’Africa occidentale e fusasi poi con la cultura locale. Girando per il quartiere più caratteristico della città e Patrimonio Unesco, il Pelourinho, si tocca l’anima più afro della cultura bahiana. Qui le “mami”, donne dai voluminosi abiti ricamati di bianco e da vistosi turbanti, vendono le acarajè, delle polpette a base di fagioli, gamberetti e cipolle fritte nell’olio di cocco. In questo luogo gli schiavi venivano flagellati e messi in vendita, tanto che il barrio, a dispetto del nome tanto dolce e curioso significa “luogo delle frustate”. Un altro dettaglio che narra una storia nella storia è celato tra le decorazioni barocche del Convento di Sao Francisco. Qui alcune sculture in legno di cherubini hanno tratti grotteschi e volutamente storpiati. Una forma di rivalsa da parte di quegli schiavi costretti a lavorare su questo monumento di una religione a loro oscura.
Gli indigeni alle Cascate di Iguazú
Ma il Brasile è anche anima indigena che per secoli abitò terre meravigliose in armonia con una natura madre e matrigna. Lo si scopre al cospetto di una delle sette meraviglie naturali, le cascate di Iguazú che si estendono su un fronte di 3 chilometri movimentate da ben 275 salti. Questo monumento della natura a cavallo di Brasile, Argentina e Paraguay, deve il suo nome alle comunità di indigeni Guaranì che lo chiamò le “grandi acque”. A loro si deve la leggenda che narra di una giovane fanciulla in fuga dalle avances di una divinità a bordo di una canoa insieme al suo amato . L’ira del dio porta a spaccare il fiume creando il salto delle cascate e causando la caduta degli amanti. Una volta precipitati si trasformarono l’una in roccia e l’altro in albero. È solo uno dei tanti miti che si tramandano le comunità indigene, custodi della natura rigogliosa. Una tale ricchezza per il Pianeta è protetta dal Parco nazionale Patrimonio Unesco che copre una vasta area di foresta subtropicale popolata da tucani, bradipi, scimmie e farfalle, per citarne solo alcuni.
Ecco una delle tante meraviglie in dono ai visitatori di questo sconfinato paese, che lascia un ricordo indelebile col suo mix particolare di cultura, storia e natura. Un sorso di saudade da cui è difficile sottrarsi.
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