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Il microclima oceanico, i terreni fertili, l’alternanza di pioggia e sole ne fanno il luogo ideale per la sua coltura. In Normandia, per scoprire da vicino la filiera del lino europeo, dalla coltivazione alla trasformazione della fibra.
C’è un momento dell’anno, a metà giugno, in Normandia, in cui i campi si tingono di un azzurro tenue e vibrante. È la fioritura del lino: dura al massimo una decina di giorni e i fiori sbocciano al mattino e sfioriscono la sera. Uno spettacolo effimero, abbastanza però da imprimersi nella memoria come una delle visioni più pure e silenziose che la campagna francese sappia regalare. Siamo nella Somme, dipartimento francese della regione dell’Alta Francia; per chi parte da Parigi, la destinazione è Martainneville, un borgo tranquillo a una manciata di chilometri da Abbeville. È qui che ha sede Calira, Coopérative Agricole Linière de la Région d’Abbeville, una cooperativa specializzata nella coltivazione e nella trasformazione del lino tessile, al servizio degli agricoltori (sono 700 i soci della cooperativa) che da generazioni lavorano questa terra.
Ma il viaggio alla scoperta del lino offre numerose opportunità. Come seguire la Véloroute du Lin pedalando lentamente e nel silenzio in questo oceano blu, da percorrere possibilmente all’alba fra gli sterrati ritagliati fra i campi lungo la costa. Si tratta di un circuito ad anello che parte da Hautot-sur-Mer, che conduce a Offranville attraverso la strada verde per raggiungere il bellissimo villaggio di Varengeville e la spiaggia di Pourville attraverso piccole strade. Campi di lino da alternare a tratti lungo la Manica, percorrendo la spettacolare Costa d’Alabastro, celebre per le sue imponenti falesie di gesso bianco a picco sul mare. Non lontano vale una sosta anche la Maison du Lin a Routot dove ogni anno a giugno si organizza il Festival du Lin, con mercati, visite guidate e incontri con i produttori locali di lino.
Il viaggio verso Abbeville è già, in sé, una lezione di geografia agraria. Dal finestrino del treno che lascia Parigi verso nord (il viaggio dura circa 40 minuti), il paesaggio cambia gradualmente: i boschi cedono il passo a vasti appezzamenti coltivati, e tra grano e colza compaiono quei rettangoli blu-violacei che ondeggiano lievi spinti dal vento. In Europa ci sono 90mila ettari coltivati a lino, prevalentemente dal sud della Normandia verso nord, fino in Belgio e nei Paesi Bassi, una zona che rappresenta l’80 per cento della produzione globale con 7.500 aziende agricole dedicate.
Non è un caso: questa fascia di terra atlantica, con i suoi suoli limosi, le piogge distribuite lungo tutto l’anno e le temperature mai troppo estreme, offre condizioni che nessun’altra area al mondo riesce a replicare con la stessa qualità. Per questo il lino coltivato in Europa occidentale è noto per essere il migliore al mondo.
“Qui non lavoriamo semplicemente una pianta”, spiega Vincent Boche, Presidente della cooperativa Calira, “raccontiamo un territorio”. Comincia così la visita, dai magazzini dove vengono stoccate le andane di paglia, distese al sole per settimane prima di entrare in produzione. Il lino, a differenza di molte altre colture, si raccoglie estirpando l’intera pianta, radici comprese, per preservare la massima lunghezza delle fibre. Dopo la raccolta, la paglia viene lasciata nei campi: l’azione combinata di rugiada, pioggia e microrganismi del suolo avvia una fermentazione naturale che separa le fibre dagli steli. È un processo antico, rispettoso, lentissimo. Poi arriva la stigliatura.
Nello stabilimento, imponenti macchinari lavorano instancabili accompagnati dai sapienti gesti degli operatori. Il processo separa le fibre lunghe dalla parte legnosa dello stelo da quelle corte, la stoppa. Di questa fibra che profuma di terra nulla va perduto: oltre ai tessuti, la stoppa di lino, sottoprodotto della stigliatura e della pettinatura, viene utilizzata per la creazione di corda e spago e per la produzione della carta. Per non parlare dell’olio, della farina e dei semi di lino per diversi usi, anche come rimedi fitoterapici.
Il cuore del prodotto, la parte più “nobile” del lino, sono le fibre lunghe. Sono soprattutto queste che vengono esportate in tutto il mondo: il 95% della produzione finisce in Asia e alimenta un gran numero di filature per produrre tessuti di qualità. Ma le fibre lunghe raccontano anche un futuro industriale inaspettato: la fibra di lino è molto leggera e apporta un guadagno di peso importante per i materiali compositi. Il suo potere di assorbimento delle vibrazioni le conferisce un vantaggio molto interessante rispetto alla fibra di carbonio, che invece non assorbe le vibrazioni. Questa proprietà permette di immaginare un utilizzo della fibra di lino nell’industria ferroviaria e in un gran numero di articoli sportivi come racchette da tennis, sci, telai di biciclette.
Poi ci sono le fibre corte che hanno destinazioni altrettanto versatili: trovano impiego nella filatura in misto (lino-cotone, lino-lana, lino-poliestere), negli agromateriali sotto forma di feltro per isolamento acustico e termico nell’edilizia, e nella cartotecnica. Dai semi, trasformati in stabilimenti di spremitura, si estrae l’olio, ingrediente prezioso e ricco di Omega 3. Infine, gli anas, i frammenti di stelo legnoso, trovano impiego come materia prima per pannelli di truciolato, lettiere animali per cavalli e pollame, e pacciamature orticole.
Camminando tra i macchinari, si capisce perché il lino venga considerato una fibra modello per l’industria tessile. Rispetto alla coltivazione del cotone si risparmiano 650mila metri cubi di acqua e 300 tonnellate di prodotti fitosanitari, perché il lino ha bisogno solo dell’acqua piovana e non richiede l’uso di pesticidi. L’energia utilizzata per la produzione della fibra è dal 4 al 10 per cento di quella necessaria per le fibre sintetiche, e le piantagioni assorbono 250mila tonnellate di CO₂ ogni anno. Non finisce qui. Come ha spiegato Lucie Morgand, linicoltrice della cooperativa Calira e Presidente dell’Association Générale des Producteurs de Lin , “il lino è un materiale 100 per cento biodegradabile e riciclabile. Termoregolatore, ipoallergenico, offre il miglior compromesso tra freschezza e capacità di mantenere un calore costante”.
In Calira, affisso all’ingresso c’è il logo European Flax, una certificazione, “che preserva, valorizza e salvaguarda un’eccezione agricola e industriale europea, la sua origine territoriale e un saper fare non delocalizzabile” spiega Vincent Delaporte, direttore della Cooperativa. Si tratta di una certificazione parte di un sistema più ampio gestito dall’Alliance for European Flax-Linen & Hemp, l’unica organizzazione agro-industriale europea che riunisce tutti gli attori della filiera del lino e della canapa.
Un sistema di certificazioni che garantisce origine e tracciabilità, valorizzando da un canto le pratiche di gestione integrata delle colture e l’expertise unica dei produttori europei, dall’altra certifica l’eccellenza dei filatori, tessitori e maglifici europei che trasformano il lino grezzo in tessuto, garantendo che tutte le fasi di coltivazione e lavorazione siano effettuate da aziende europee. Certificazioni preziose perché costruiscono una catena di trasparenza end-to-end: tracciabilità, biodiversità, impatto ambientale ridotto, sostenibilità sociale e agricola. In un settore tessile spesso opaco, sono una bussola preziosa per brand e consumatori.
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