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Pubblicato il 10-02-2002 |
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L'elogio dell'imperfezione |
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 | Alzi la mano chi, guardandosi allo specchio, non si è trovato almeno un difetto o chi, sfogliando una rivista patinata, non ha mai pensato di aver sbagliato pianeta. |  |  |  | Negli ultimi anni sembra impazzare l'idea della bellezza come "fisico perfetto", un ideale che, seppur fugace e irraggiungibile agli occhi di tutti, è diventato l'ennesimo cruccio per dimostrarci ancora una volta che, volendo, all'infelicità non c'è mai fine.
Come eterni adolescenti, rincorriamo modelli estremi creati nella convinzione che bastasse pensarli per renderli reali. Il tempo libero si è trasformato in una maratona tra salti del pasto, allenamenti da far invidia agli atleti più scafati e corsi di "taglia e cuci" dal chirurgo di fiducia. Quello che potrebbe essere un "tempo per pensare", per conoscersi di più o semplicemente per dedicarsi agli affetti è diventato un tempo svuotato di significati in cui allenare i bicipiti anziché l'anima.
L'immagine sembra aver preso il posto della fantasia trasformandosi in un involucro protettivo nei confronti della fragilità interiore e alimentando così la confusione tra "l'apparire" e "l'essere". Sicuramente, avere cura di se stessi vuol dire anche prestare attenzione al nostro corpo ma esaurirsi in questo può diventare un ostacolo all'evoluzione.
Dare spazio alla bellezza significa cercare un'armonia nell'insieme di quello che siamo, mettere a fuoco desideri, obiettivi, possibilità di realizzazione ma anche imparare a rinnovarsi e crescere riempiendo la nostra fisicità di un contenuto che anche l'inesorabilità del tempo non potrà mai portarci via.
Gabriela Manzella
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