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Nonostante il crescente sdegno dell’opinione pubblica e di parte della comunità scientifica sono ancora milioni gli animali segregati nei laboratori e sottoposti a test.
Topi, criceti, ratti, ma anche cani, gatti e scimmie, ogni anno in tutto il mondo sono oltre nove milioni gli animali tuttora vittime di esperimenti nei laboratori.
Nonostante i progressi scientifici e culturali raggiunti in questi anni non sembra essere migliorata la condizione degli animali sfruttati per la ricerca. La denuncia arriva dal report “A Global View of Animal Experiments 2014” di Lush Prize, il premio internazionale per la ricerca sui test alternativi ideato da Lush Cosmetics.
Il report realizzato da Lush, azienda che realizza cosmetici freschi utilizzando esclusivamente ingredienti vegetariani, riducendo al minimo il packaging e rifiutando i test sugli animali, è stato presentato durante la Giornata Mondiale degli Animali da Laboratorio, celebratasi lo scorso 24 aprile, e in coincidenza con l’apertura delle candidature per l’edizione 2014 del Lush Prize.
Il premio mira a valorizzare e promuovere lo sviluppo e l’uso dei test alternativi, che non implichino violenze sugli animali, e ogni anno assegna 250mila sterline alle migliori iniziative in questo ambito. Il premio si suddivide in cinque categorie (Scienza, Formazione, Lobby, Sensibilizzazione dell’opinione pubblica e Giovani ricercatori) per ognuna delle quali vengono assegnati 50mila euro.
A tenere alta la bandiera dell’Italia nella scorsa edizione di Lush Prize, dimostrando ancora una volta l’eccellenza dei nostri ricercatori nonostante l’assenza di fondi e strutture adeguate, ci hanno pensato Simona Martinotti e Anna Maria Bassi. La prima è stata premiata per la ricerca nella cura delle ferite con rimedi a base di prodotti naturali, mentre la seconda per lo sviluppo e il lancio di corsi di formazione nella ricerca su culture di cellule animal free.
Dal documento redatto dal Lush Prize emerge un aumento del 2 per cento nell’uso di cavie da laboratorio rispetto ai dati precedenti, a dispetto delle recenti regolamentazioni, che hanno bandito i test per la sicurezza cosmetica nelle maggiori economie del mondo, incluse Europa ed India.
Secondo Rob Harrison, uno dei direttori del Lush Prize: “Scienziati, opinione pubblica, aziende e legislatori concordano sempre più sul fatto che i test chimici sugli animali appartengano a una tecnologia del passato. L’aumento delle iniziative che promuovono test più efficaci basati sulle cellule umane sembra però non tradursi ancora in una riduzione del numero degli animali usati per i test”.
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Il report “A Global View of Animal Experiments 2014” vuole far luce sulla difficoltà di comparazione dei dati fra i diversi paesi invitando ogni stato a pubblicare dati accurati e comparabili sui test sugli animali che avvengono all’interno della loro giurisdizione. Una raccolta di dati completa e organica consentirebbe di migliorare la qualità delle discussioni internazionali sul livello e gli scopi dei test, oltre che sull’entità della sofferenza degli animali.
I laboratori sono ancora pieni di creature che gemono e si disperano, strappate dai propri habitat e sottoposte a spaventose torture. Il futuro però può essere promettente, ci sono imprese come Lush che, attraverso la sponsorizzazione di borse di studio, dimostrano che un’altra ricerca è possibile, una ricerca più umana, senza animali.
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