7 conseguenze del Muslim ban di Donald Trump

Il provvedimento restrittivo sull’immigrazione varato dal neopresidente mette a rischio i valori del melting pot su cui si fonda la società americana.

Non accennano a placarsi le proteste scatenate dalla decisione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di bloccare l’ingresso su territorio americano ai cittadini di sette paesi a maggioranza musulmana. L’ordine esecutivo, siglato il 27 gennaio, blocca l’ingresso nel paese di tutti i rifugiati per 120 giorni (e a tempo indeterminato i siriani) e per 90 giorni quello di tutti i cittadini provenienti da Iraq, Siria, Iran, Libia, Somalia, Sudan, Yemen. Il presidente ha promesso che nei 3-4 mesi di ‘congelamento’ dei visti, verranno esaminati i meccanismi di accettazione per assicurarsi che i “terroristi islamici radicali” non mettano piede sul territorio americano, sottolineando che il suo non è un bando contro i musulmani e che la questione “non è la religione ma il terrorismo”.

Intanto però, da New York ad Atlanta, da Dallas a Seattle e davanti alla Casa Bianca, centinaia di persone hanno protestato per quello che ritengono un provvedimento insensato e discriminatorio. Le immagini di avvocati americani accorsi spontaneamente negli aeroporti per facilitare le procedure di ingresso dei cittadini stranieri interessati dal provvedimento e rimasti bloccati all’atterraggio, hanno fatto il giro del mondo. A generare ulteriore confusione, il fatto che la Casa Bianca non abbia consultato i funzionari dei dipartimenti interessati — Giustizia e Homeland Security —incaricati di applicare il provvedimento.

Nelle prime ore dopo il varo sono state fermate anche persone in possesso di Green Card, che consente ad uno straniero di risiedere negli Stati Uniti per un periodo di tempo illimitato: l’altro ieri però, l’amministrazione ha fatto un passo indietro, spiegando che la misura non si applica a loro. Nel weekend sono state arrestate 190 persone (secondo i gruppi di protesta, mentre Trump parla di 109), con visti validi, alcune delle quali si trovavano in volo nel momento in cui il presidente ha firmato l’ordine esecutivo: quasi tutte sono state rilasciate anche in virtù dell’intervento dei giudici federali.

1 Licenziata la procuratrice del dipartimento di Giustizia

Anche per questo, poche ore fa è arrivata la notizia del licenziamento di  Sally Yates, la procuratrice generale alla Giustizia (Attorney general)  dell’era Obama, che aveva ordinato al dipartimento di non difendere in tribunale il decreto sull’immigrazione del presidente. Al suo posto Trump ha nominato Dana Boente, procuratore della Virginia, che sarà in carica fino a quando Jeff Sessions, nominato da Trump come nuovo responsabile del Dipartimento di Giustizia, non sarà confermato dal Senato.

Prima di essere sollevata dall’incarico, Yates aveva dichiarato: “La mia responsabilità è quella di assicurare che le posizioni che assumiamo in tribunale rimangano coerenti con il solenne obbligo di questa istituzione di perseguire sempre la giustizia e stare dalla parte del giusto. Al momento non sono convinta che la difesa dell’ordine esecutivo sia conforme a queste responsabilità e neppure che sia legale”.

2 Musulmani in tribunale contro il Muslim ban

Contro il provvedimento, già ribattezzato Muslim ban (messa al bando dei musulmani) il Council on american-islamic relations, il più grande ed influente gruppo di difesa dei diritti civili dei musulmani d’America, ha presentato ricorso in tribunale. L’istanza è stata depositata presso la corte distrettuale della Virginia. L’accusa mossa a Trump è di violare il primo emendamento della Costituzione sulla libertà di espressione in ogni forma e del pensiero.

Un momento della protesta a Boston contro il provvedimento restrittivo sull'immigrazione REUTERS/Brian Snyder - RTSXY9D
Un momento della protesta a Boston contro il provvedimento restrittivo sull’immigrazione (C) REUTERS/Brian Snyder – RTSXY9D

3 Onu, un bando illegale e meschino

Immediata la presa di posizione dell’Onu e dell’alto commissario del Consiglio per i diritti umani, Zeid al-Hussein, che ha definito il divieto “illegale e meschino“. “La discriminazione basata sulla nazionalità è proibita dal diritto umanitario”, ha commentato Zeid su Twitter, mentre sulla questione intervenivano anche il Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), che hanno chiesto agli Usa di mantenere la loro “lunga tradizione” di protezione di chi fugge dai conflitti.

4 La Silicon Valley volta le spalle al tycoon

I malumori contro il provvedimento non restano circoscritti ai ghetti e nelle cancellerie internazionali. Anche dalla Silicon Valley, culla della tecnologia e delle telecomunicazioni sono arrivati segnali forti di contrarietà. Ad aprire la strada è stato Mark Zukerberg, amministratore delegato di Facebook, che si è detto “preoccupato” ricordando che gli Stati Uniti “sono un paese di immigrati e dovremmo esserne orgogliosi”. Per Google il provvedimento “ostacola l’arrivo di grandi talenti nel Paese”, e Tim Cook fa presente che “Apple non esisterebbe senza l’immigrazione”, dal momento in cui Steve Jobs, il fondatore del marchio, era figlio di un immigrato siriano.

“Le misure di Trump colpiscono i dipendenti di Netflix in tutto il mondo – scrive su Facebook Reed Hastings, l’amministratore delegato dell’azienda – è tempo di unirsi per proteggere i valori americani di libertà e opportunità”. Sergey Brin, co-fondatore di Google e presidente di Alphabet, è stato fotografato mentre manifestava contro il Muslim ban all’aeroporto di San Francisco. “Sono qui a titolo personale e perché sono un rifugiato”, ha dichiarato ai giornalisti che l’hanno fotografato vicino a un bambino con un cartello con la scritta “Voglio che mio nonno torni dall’Iran”. Anche la catena di caffetterie Starbucks ha annunciato che contro il bando si impegna ad assumere 10mila rifugiati nei prossimi 5 anni, nei 75 paesi in cui è presente.

5 Dai paesi colpiti sdegno e misure reciproche

Dai paesi colpiti dal divieto, la prima risposta è arrivata dal governo iraniano. Teheran ha definito la decisione di Trump “un palese insulto ai musulmani nel mondo” e ha annunciato l’applicazione del principio di reciprocità. Il parlamento iracheno ha approvato una misura simille che restringe l’accesso al paese dei cittadini americani. Il Sudan dal canto suo ha convocato l’incaricato d’affari statunitense per protestare contro l’ordine, chiedendo a Washington di riconsiderare la decisione. Anche il governo dei ribelli houthi in Yemen, non riconosciuto internazionalmente, ha chiesto la revoca. E la Lega araba ha espresso “profonda preoccupazione”, definendo la misura “totalmente ingiustificata”. A suscitare polemiche, tra l’altro, il fatto che il bando non contempli cittadini di paesi come l’Arabia Saudita e l’Egitto, da cui provenivano la maggior parte degli attentatori dell’11 settembre.

Demonstrators spell out "# No Muslim Ban" during the "Boston Protest Against Muslim Ban and Anti-Immigration Orders" to protest U.S. President Donald Trump's executive order travel ban in Boston, Massachusetts, U.S. January 29, 2017.   REUTERS/Brian Snyder - RTSXY8H
Dimostranti alla marcia di protesta indetta a Boston contro il ‘Muslim ban’ (C) REUTERS/Brian Snyder – RTSXY8H

6 Critiche anche dall’Europa

A livello internazionale, dure critiche sono arrivate anche dall’Europa. Tra i primi a reagire il presidente francese, François Hollande, che ieri ha messo in guardia sul fatto che la democrazia implica il rispetto dei principi su cui si basa, “in particolare l’accoglienza dei rifugiati”. Il premier italiano Paolo Gentiloni ha twittato che “società aperta, identità plurale, niente discriminazioni” sono “i pilastri dell’Europa”.

In Germania, la cancelliera Angela Merkel si è detta “convinta che la guerra decisa contro il terrorismo non giustifichi che si mettano sotto sospetto generalizzato le persone in funzione di una determinata provenienza o religione”. Nel Regno unito, tradizionale alleato degli Usa e con massiccia immigrazione dai paesi colpiti dal divieto, la reazione del governo è arrivata oggi dopo che la prima ministra Theresa May è stata duramente criticata per non essersi ancora pronunciata. Da Downing Street, May ha detto di non essere d’accordo con l’ordine di Trump e ha ordinato ai suoi ministri degli Esteri e dell’Interno di contattare gli omologhi americani per chiarire la situazione. Il leader laburista britannico, Jeremy Corbyn, è andato oltre e ha chiesto che la prossima visita di Trump nel Regno Unito sia cancellata.

Il primo ministro canadese Justin Trudeau partecipa ad un momento di silenzio in ricordo della strage della moschea di Quebec City REUTERS/Chris Wattie
Il primo ministro canadese Justin Trudeau partecipa ad un momento di silenzio in ricordo della strage della moschea di Quebec City (C) REUTERS/Chris Wattie

 

7 Canada, Trudeau dà il benvenuto ai richiedenti asilo

In un post su Twitter, il premier canadese Justin Trudeau ha replicato, senza mai citarlo, al presidente Trump e al contestato provvedimento. “A chi fugge dalle persecuzioni dal terrore e dalla guerra, sappiate che i canadesi vi daranno il benvenuto, non importa quale sia la vostra fede. La diversità è la nostra forza #WelcomeToCanada” ha scritto in un tweet, allegando una foto del 2015 in cui saluta una bambina siriana all’aeroporto di Toronto.

Poche ore dopo la sua dichiarazione, il Canada è stato teatro di un attacco xenofobo contro fedeli riuniti in moschea a pregare. Sei persone sono morte e 19 sono rimaste ferite quando Alexandre Bissonette, uno studente 27enne di scienze politiche ha fatto irruzione nella moschea di Quebec City con un’arma da fuoco. Sul suo profilo Facebook il giovane, incriminato per omicidio premeditato e tentato omicidio, si professava ammiratore del presidente americano Donald Trump e della leader del Fn Marine Le Pen.

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