Diritti animali

La vicenda Amadori si conclude con un risultato storico per i diritti animali grazie alle indagini di Animal Equality

Grazie al lavoro congiunto di Animal Equality e altre due associazioni animaliste, la vicenda riguardante l’azienda Amadori si conclude con un risultato importantissimo, che mette finalmente sotto i riflettori della giustizia i reati che ogni giorno si compiono nei confronti degli animali all’interno di moltissimi allevamenti intensivi.

A cura di Chiara Caprio, responsabile della comunicazione e delle relazioni esterne di Animal Equality Italia

Ci sono tanti momenti in cui non è facile combattere per chi non ha voce. Ci sono tanti momenti in cui si viene presi dallo sconforto, o dalla paura di non riuscire a far valere quei diritti che non sempre sono riconosciuti come tali, nonostante lo sancisca proprio il Trattato di Lisbona, che riconosce gli animali come “esseri senzienti”, quindi in grado di provare dolore e meritevoli di protezione legale. Ma ci sono anche momenti in cui si viene finalmente ripagati dello sforzo fatto, delle notti passate negli allevamenti a filmare e degli investimenti che ogni organizzazione fa per portare avanti battaglie nei tribunali e sui media.

Questa volta è toccato ad Amadori, colosso del settore agroalimentare specializzato nel settore avicolo, leader dell’industria della carne e già oggetto di inchieste da parte di numerosi giornalisti. Battere Amadori in tribunale non è cosa da poco, ed è per questo che non abbiamo fatto tutto da soli, anzi. In questo caso più che mai possiamo dire che l’unione fa la forza, come è giusto che sia. Sono partiti gli attivisti di Essere Animali e i giornalisti di Report, seguiti a ruota da Enpa e da noi, Animal Equality, con denunce e inchieste che hanno portato linfa costante a un procedimento durato più di tre anni, ma che ha visto finalmente riconosciuti i diritti degli animali rinchiusi in questi allevamenti.

Sentenza Amadori, il contributo di Animal Equality
Negli allevamenti intensivi italiani sono state documentate terribili e diffuse violenze ai danni dei maiali, abbandonati a se stessi e lasciati morire di stenti © Carsten Koall/Getty Images

La condanna nei confronti di Amadori

Il risultato è incredibile: a seguito della presentazione di un esposto-denuncia da parte di Enpa (con la collaborazione di Animal Equality) nei confronti dell’azienda Amadori nell’agosto 2016, i due lavoratori indagati nel procedimento penale nato a Forlì hanno scelto di patteggiare.

La sentenza: condanna per il reato di uccisione e maltrattamento di animali a carico del rappresentante legale di una società controllata al 100 per cento da Amadori, e per il reato di abbandono di animali a carico del custode e responsabile dell’allevamento intensivo in questione. Nel primo caso la pena è di tre mesi di reclusione e 22.500 euro, mentre il custode dovrà pagare un’ammenda di 1.600 euro.

Si tratta di una sentenza importantissima che mette finalmente sotto i riflettori della giustizia i reati che ogni giorno si compiono nei confronti degli animali all’interno di moltissimi allevamenti intensivi. Nella sentenza emessa dall’ufficio gip del tribunale di Forlì viene evidenziato come il rappresentante legale della società controllata al 100 per cento da Amadori perseverasse “nel mantenere condizioni di allevamento tali da ingenerare negli animali inutili sofferenze”.

In particolare, infatti, le scrofe in fecondazione e gestazione erano tenute in gabbie troppo piccole, “non adeguate alla stazza degli animali”, che non consentivano loro di poter girare su se stesse, coricarsi completamente, difendersi da mosche o topi e che procuravano inutili sofferenze e lesioni. Inoltre, è stata riscontrata una totale “assenza di adeguati spazi asciutti e puliti per il riposo degli animali” e “assenza o inadeguatezza di arricchimenti ambientali (paglia, fieno, ecc.)”.

Di conseguenza, gli animali “venivano sottoposti a condizioni insopportabili per le loro caratteristiche etologiche procurandogli sofferenze non necessarie e in alcuni casi anche la morte”. Il custode e responsabile dell’allevamento della controllata di Amadori, infine, è stato condannato per il reato di abbandono di animali perché “faceva sì che fossero detenuti in condizioni incompatibili con la loro natura”, dalle quali scaturivano “gravi sofferenze”.

Una lunga vicenda legale: la storia

Nell’agosto 2016, a seguito di alcune immagini trasmesse su Raitre nel programma Report, Enpa ha deciso di presentare un esposto-denuncia nei confronti dell’azienda Amadori. Le immagini, ottenute anche con il lavoro degli attivisti dell’associazione italiana Essere Animali, mostravano le terribili condizioni degli animali in uno degli allevamenti principali di proprietà di Amadori.

Nel 2017 Enpa ha integrato la denuncia con le immagini raccolte dagli investigatori di Animal Equality in alcuni allevamenti legati all’azienda, che mostravano le terribili condizioni di vita dei polli al loro interno. L’integrazione di queste immagini ha permesso ad Enpa di dare nuovo vigore al procedimento che, nel 2019, ha portato l’Autorità garante per la concorrenza e il mercato (Agcm) a chiedere ad Amadori di modificare la propria comunicazione circa i polli allevati a scopo alimentare, perché considerata infatti potenzialmente ingannevole.

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Ora, ad alcuni anni dalla presentazione del primo esposto, abbiamo ricevuto notifica della condanna delle persone coinvolte. Si tratta di una sentenza importantissima che funge da campanello d’allarme per tutti quegli allevatori che si ostinano a trasgredire le, seppur scarse, leggi vigenti in materia di benessere animale, infliggendo agli animali ulteriori e inutili sofferenze oltre a quelle già derivanti dalla detenzione in strutture intensive.

Un risultato storico

Questo risultato è stato possibile solo grazie all’esposto presentato da Enpa – ente nazionale per la protezione degli animali –, al lavoro congiunto di Animal Equality ed Essere Animali, con la presentazione di numeroso materiale video raccolto dai coraggiosi investigatori che rischiano in prima persona per portare alla luce quello che accade negli allevamenti intensivi.

L’impatto delle investigazioni è immenso: non solo le immagini che raccogliamo in allevamenti e macelli servono a sensibilizzare il pubblico e a mostrare al maggior numero di persone ciò che avviene in questi luoghi bui, per aumentare conoscenza e consapevolezza e spingerle a compiere scelte più compassionevoli nei confronti degli animali, ma sono anche uno strumento utile nelle sedi istituzionali e giuridiche per ottenere risultati concreti in termini legali, contro chi maltratta e abusa di questi esseri viventi.

È importante non dimenticare mai quanto costa svolgere questo lavoro e quanto sia impegnativo anche per gli investigatori assistere a ciò che accade in questi luoghi. Ma noi ad Animal Equality siamo troppo determinati per fermarci.

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La condizione dei polli, i più sfruttati

La sentenza ha riconosciuto la colpevolezza del rappresentante legale di una società controllata al 100 per cento da Amadori, e del custode dell’allevamento intensivo in questione; entrambe le condanne sono relative in particolare ad un allevamento di maiali. Sono invece state archiviate molte delle accuse per le terribili condizioni di allevamento dei polli e per l’utilizzo di antibiotici, un altro enorme problema degli allevamenti intensivi.

Le immagini, infatti, seppur siano state un punto chiave per il proseguimento del processo, e seppur abbiano condotto l’Autorità garante per la concorrenza e il mercato a chiedere ad Amadori di modificare la propria comunicazione circa i polli allevati a scopo alimentare, perché considerata infatti potenzialmente ambigua, non sono poi sfociate in una vera e propria condanna penale per maltrattamenti nei confronti dei polli.

I polli sono gli animali terrestri più sfruttati al mondo, ne vengono macellati oltre 500 milioni ogni anno solo in Italia. La razza più utilizzata per l’allevamento è la razza Broiler; questi animali sono stati selezionati negli anni per crescere molto e molto rapidamente: oggi un pollo può raggiungere il peso di macellazione – tra i 3 e i 4 chilogrammi – dopo circa 50 giorni di vita, con conseguenze gravissime sul suo corpo. Questi animali vengono allevati a migliaia in capannoni senza luce, su lettiere che non vengono mai pulite per tutta la durata della loro breve esistenza.

C’è ancora molto da fare per sensibilizzare il pubblico sulla sofferenza che questi animali patiscono, e per questo continueremo le nostre investigazioni. Non ci fermeremo finché non renderemo giustizia a tutti gli animali rinchiusi in questi allevamenti e finché non potremo alleviare tutte le loro sofferenze, che riecheggiano in noi ogni giorno e delle quali non ci dimenticheremo mai, neanche quando i tribunali vogliono convincerci del contrario.

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