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Nuova manifestazione in Spagna di cittadini esasperati dagli effetti dell’overtourism. Con il turismo di massa aumentano gli affitti e la carenza di case.
È un malcontento che cresce. Sempre di più. Ma al quale è davvero difficile dare risposte concrete. Quello dell’overtourism è un fenomeno di turismo di massa irrefrenabile che, se da una parte produce ricchezza e benessere, dall’altra esaspera i cittadini che vedono le proprie vite modificarsi, in peggio. Sabato 6 luglio a Barcellona sono scese in piazza circa 3mila persone per manifestare ancora una volta la loro contrarietà verso questa forma di turismo così invasiva e incontrollata. Perché manifestano e cosa chiedono.
I dati sono fortemente contrastanti: secondo chi l’ha organizzata le presenze sono state 20mila, per le autorità solo 2.800. Ma forse i numeri non sono così importanti. Comunque, alla manifestazione hanno partecipato più di 140 entità cittadine, ambientalisti, movimenti in difesa della casa e sindacati che chiedono un cambio di rotta in materia di turismo. Quello che emerge chiaramente è la preoccupazione, crescente e diffusa in tutto il paese. In Spagna infatti non è la prima volta che si scende in piazza in città mete vacanziere per difendere i propri diritti di cittadini. A fine aprile erano stati gli abitanti delle isole Canarie, in 50mila, a mobilitarsi per dire no agli oltre 14 milioni di turisti che in un solo anno hanno invaso casa loro. Recentemente anche a Malaga e a Cadice si è alzata la voce per ribadire come gli effetti negativi del turismo siano sempre più evidenti.
Oggi, i barcellonesi denunciano di fatto la loro espulsione dalla città dovuta principalmente all’aumento dei prezzi delle case e la spersonalizzazione dei quartieri causati dall’overtourism. Forse quella di sabato non è stata una manifestazione delle più imponenti, ma è stata capace di fare rumore. Come raccontano i cronisti de La Vanguardia, il quotidiano più letto a Barcellona, anche in lingua catalana, ci sono stati dei momenti di tensione quando i cittadini si sono rivolti contro i turisti usando delle pistole ad acqua. Sembra che molti non si fossero nemmeno resi conto che l’azione dimostrativa fosse contro di loro. Perché è questo, probabilmente, che più di tutto crea conflitto: la dicotomia tra il piacere di chi si reca in un paese straniero per diletto e piacere e l’assoluta inconsapevolezza che il proprio benessere genera disservizi e reali problemi quotidiani a chi vive ogni giorno quelle che per molti sono solo mete turistiche e non “casa”.
Quando però si leggono i numeri del fenomeno, non è difficile comprendere che la situazione sta sfuggendo di mano: nel 2019 sono stati 17,3 milioni i visitatori che hanno pernottano a Barcellona e altri 10,5 milioni appena fuori città, ma che hanno trascorso la giornata per le strade della capitale catalana. E l‘anno in corso si annuncia come quello dei record con cifre ancora crescenti. Che fare? L’amministrazione sta provando a introdurre misure che frenino l’assalto, ma sembrano troppo deboli: per esempio l’aumento della tassa turistica sino a 7,50 euro pro capite e un tetto al numero di appartamenti adibiti a uso turistico.
D’altra parte, lo stesso sindaco Jaume Collboni e la sua giunta non possono anche ricordare che il comparto turistico contribuisce al 14 per cento del Pil della città e garantisce oltre 150mila posti di lavoro. Come rinunciarvi?
Dopo la pandemia il turismo è cambiato. La Spagna è sicuramente uno dei paesi che più soffrono in Europa il nuovo modo di intendere il viaggio. Ma non è l’unico. Anche in Italia abbiamo esempi simili di spersonalizzazione delle città, di spopolamento dei centri cittadini a favore dei turisti, vedi Venezia. Urge un confronto serio, allargato ai paesi europei interessati e coinvolti per trovare soluzioni condivise.
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