Carbone. Quando sono i minatori a pagare il prezzo più alto, con la vita

Dietro l’estrazione del carbone si nascondono spesso storie di sfruttamento, disuguaglianza, di minacce e di morte. Perché a pagare il conto sono spesso gli ultimi, i minatori.

Cina, Colombia, Iran. Sono solo alcuni dei luoghi dove l’industria estrattiva ha letteralmente in mano centinaia di vite, quelle dei minatori impiegati nell’estrazione del carbone, che in parte arriva anche in Europa e in Italia. Il combustibile fossile, ancora oggi impiegato per la produzione di energia, non solo ha immensi impatti a livello ambientale lungo tutta la filiera, dall’estrazione alla combustione, ma anche a livello sociale ed etico, in particolare per le popolazioni che vivono nelle vicinanze delle riserve minerarie.

carbone miniere
L’occupazione nelle miniere di carbone sta drasticamente calando negli ultimi anni. © Chris McGrath/Getty Images

Sono costanti le notizie che arrivano da tutto il mondo di incidenti all’interno delle miniere, che spesso costano la vita a decine di persone. L’ultimo è quello accaduto in Iran, nell’esplosione all’interno della miniera di Zemestan-Yurt nella provincia nord-orientale di Golestan. I numeri parlano di 70 operai intrappolati, tra cui almeno 35 sarebbero morti. 50 invece quelli tratti in salvo, ma all’appello ne mancavano almeno 32, rimasti sepolti dalle macerie.

Quando si muore di carbone

L’Iran, nonostante sia in possesso delle riserve petrolifere più grandi al mondo, è ancora estremamente dipendente dal carbone, come sottolinea l’agenzia Nena, che spiega come il Paese abbia “estratto 1,68 milioni di tonnellate di carbone lo scorso anno, quasi tutte dirette al consumo interno in costante crescita e alla produzione di acciaio. Un settore, quello estrattivo, che non invecchia: sono 68 i minerali presenti nel paese (ferro, oro, zinco, rame), oltre 3mila le miniere attive e 100mila gli occupati, a cui se ne aggiungono altri 400mila dell’indotto”.

In Colombia l’estrazione del carbone ha invece altre implicazioni. Lo svela “Profondo Nero”, pubblicazione di Re:common, che racconta la rotta del carbone dalla Colombia all’Italia e i pesanti effetti causati sul Paese latino-americano dall’industria estrattiva. “Una maledizione” che colpisce “sempre i più deboli: le donne indigenti e i loro figli, gli anziani e le anziane, i contadini, gli indios, i neri, i meticci”. La zona è quella del Cesar, una delle regioni carbonifere più grandi dell’America Latina. E, secondo quanto raccolto nella pubblicazione e in altri rapporti di altrettante Ong che si occupano di diritti umani, parte di questo carbone giunge anche nel nostro Paese, per alimentare le centrali di Brindisi e Civitavecchia.

La centrale di Porto Tolle. (foto di Marka/UIG via Getty Images)
La centrale di Porto Tolle. (foto di Marka/UIG via Getty Images)

La Sen 2017 e la chiusura delle centrali a carbone da parte di Enel

E le continue pressioni e interrogazioni da parte di Re:Common, paiono aver sortito l’effetto voluto. Durante l’ultima assemblea dei soci, l’amministratore delegato Francesco Starace ha comunicato l’intenzione di fermare le importazioni di carbone “insanguinato”. “Sappiamo che esiste una profonda preoccupazione che le violazioni dei diritti umani e gli abusi registrati 10 anni fa nella zona del Cesar in Colombia possano continuare ad oggi, e che possano essere di nuovo fonte di preoccupazione per le popolazioni che vivono lì”, riporta sempre Re:Common. “Noi vi assicuriamo che prenderemo immediatamente sul serio tutte le vostre segnalazioni. Di fatto vi dico che noi di questa storia siamo abbastanza stufi, del carbone colombiano ci interessa fino ad un certo punto, e che andremo a vedere cosa succede in Colombia di persona e se troveremo cose che non ci piacciono usciremo da questo sistema come ha fatto Dong. Ci ritroveremo su questo tema sicuramente nei prossimi mesi. Non scapperemo”.

A sottolineare le nuove intenzioni è stata da poco presentata la nuova Strategia energetica nazionale (Sen 2017), che prevede la chiusura l’uscita anticipata dell’Italia dal carbone. “L’uscita totale dal carbone tra il 2025-2030 è possibile”, ha dichiarato il ministro per lo Sviluppo Economico Calenda. “Ma costerà circa 3 miliardi di euro rispetto allo scenario base e dovrà essere affrontato il tema delle tempistiche autorizzative per nuove centrali e nuove infrastrutture”.

Articoli correlati