Chi era Raffaele Cutolo, il boss “professore” morto in carcere

Raffaele Cutolo, ideatore e fondatore della Nuova camorra organizzata, è morto in carcere a Parma dopo 57 anni di detenzione.

All’anagrafe era Raffaele Cutolo, ma per tutti era “‘o professore”. E non solo nella “sua” Ottaviano, dove nacque nel 1941, ai piedi del Vesuvio, nei pressi di Napoli. Cutolo era una “mente”: quella che concepì negli anni Settanta la Nuova camorra organizzata. Cresciuta enormemente negli anni successivi, fino a scatenare sanguinose guerre di potere con altri clan criminali. Il boss napoletano è morto mercoledì 17 febbraio all’ospedale di Parma, per una setticemia, dopo più di 57 anni passati in prigione.

In 57 anni di detenzione mai un segno di pentimento

Nel corso della sua lunghissima detenzione, Cutolo non ha mai mostrato segni di pentimento. Non ha mai fatto un passo indietro. Non ha mai accettato di collaborare con la giustizia. Di fronte alla quale si presentava a testa alta, il sorriso sulle labbra, la cravatta annodata attorno al collo. Sin dal 1963, anno in cui – ventiduenne – fu condannato per la prima volta all’ergastolo per aver ucciso un uomo reo di aver offeso sua sorella.

È proprio dietro le sbarre che verrà soprannominato ‘o professore. Per il suo carisma. Per il talento nello scrivere poesie. Per la capacità di continuare a gestire la Nuova camorra organizzata anche dalla sua cella. E molto di più: il suo potere era ormai in grado di penetrare in profondità anche nel mondo della politica. Proprio grazie ai suoi contatti riuscì ad ottenere importanti contratti per la ricostruzione dell’Irpinia, dopo il terremoto del 1980, facendo lavorare la popolazione per ingraziarsela e arricchendo imprese gestite da prestanome.

L’immenso potere raggiunto da Raffaele Cutolo a Napoli

Ma il suo impero andava dagli appalti pubblici al contrabbando di sigarette. Passando per le rapine e gli omicidi. Centinaia di omicidi. Una figura unica, anche nel panorama mafioso del nostro paese, tanto da aver ispirato libri e opere cinematografiche. Punteggiata da eventi eclatanti, come nel caso dell’evasione, nel febbraio del 1978, dal carcere psichiatrico di Aversa: effettuata con l’aiuto di un commando di uomini armati di bombe a mano e armi automatiche.

A partire dalla fine degli anni Settanta, si stima che la Nuova camorra organizzata potesse contare su diecimila uomini. Dedita soprattutto alla piccola criminalità nelle periferie di Napoli e nel resto della provincia, ma anche agli omicidi per il predominio sul territorio. Tutti fatti per i quali Cutolo si è sempre dichiarato “non responsabile” di fronte ai giudici: per “incapacità di intendere e di volere”, per la presenza di “sintomi d’epilessia”, per “difficoltà psicomotorie”, come indicato da una serie di perizie a suo carico.

Il ruolo nella liberazione del politico democristiano Ciro Cirillo

Problemi che però non gli hanno impedito di essere protagonista di una vicenda che ha mostrato all’Italia e al mondo l’enorme potere raggiunto dal boss. Cutolo rivestì infatti un ruolo centrale nei negoziati per la liberazione di Ciro Cirillo, politico democristiano rapito nell’aprile del 1981 dalle Brigate rosse. Assieme al faccendiere, collaboratore del Sismi (il servizio segreto militare) Francesco Pazienza, negoziò con lo stato la liberazione dell’esponente Dc.

Una trattativa che, secondo la magistratura, coinvolse numerose figure apicali del partito allora al governo. Il cui obiettivo era di liberare Cirillo, “custode dei segreti sulle tangenti distribuite al mondo della politica”, come ricordato dal giornalista e scrittore Roberto Saviano.

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