Cinemambiente 2007, non solo documentari

Al multisala Massimo di Torino, a pochi passi dalla Mole Antonelliana, le persone aspettano in coda per entrare nelle due sale che ospitano le proiezioni di documentari, tutti in gara per il Cinemambiente 2007.

Ci accomodiamo in poltrona e il proiettore apre le danze con
Mbeubeus (si pronuncia Mbubus),
documentario girato da Simona Risi in una discarica di
rifiuti
a Dakar, dove vivono e lavorano duemila
persone.

Il film racconta la storia di Mame Ngor, uno dei
trecento bambini che lavora nella discarica, tra
fumi tossici e rifiuti di ogni genere.

Qui la macchina organizzativa è ben avviata e la persone
che ci lavorano riciclano di tutto. Plastica, metalli vari, legno.
Mame racconta di guadagnare, in media, 1000 Cfa (1,52 euro) al giorno,
fondamentali per la sopravvivenza della
famiglia.

Il ritratto è quello di un bambino già cresciuto,
che sogna di venire in Italia per lavorare, ma che trova il tempo
di giocare con ciò che trova in giro: crea
macchinine con il fil di ferro e con una bottiglia di plastica
usata, una telecamera.

All’ora di cena ci spostiamo per una rassegna di
cortometraggi di animazione, sviluppati grazie la
tecnologia Flash, usata soprattutto per il Web. I temi sono
svariati, dal riscaldamento climatico alla sensibilizzazione sul
problema dell’industrializzazione degli allevamenti, al cibo
organico contro quello geneticamente modificato.

Molti fanno il verso a famosi film del grande schermo. Si va da
Meatrix, a Grocery Store
Wars
(letteralmente Guerre dei Supermercati), dove
una banda di verdure animate (i ribelli) combattono contro gli Ogm
e i prodotti chimici usati nei prodotti alimentari (l’impero).

Cambio di sala e cambio di tema: in concorso per il cinema
d’animazione, seguiamo Global Warming, la
storia di due pupazzi di neve, che combattono senza tregua per un
raggio di sole, non accorgendosi
dell’assurdità della lotta.
Triste e reale allo stesso tempo, rappresenta i conflitti odierni
tra politica ed economia sui temi ambientali. Senza lieto fine
però.

Tra i documentari internazionali in concorso assistiamo a
The Planet, ben girato e con musiche
d’effetto, che cattura l’attenzione dello
spettatore.

Il messaggio finale che lascia? Di questo passo avremmo bisogno
di cinque pianeti per soddisfare i bisogni energetici, alimentari,
naturali di tutti. È indispensabile cambiare passo ed
adeguarsi di conseguenza al cambiamento, di certo il pianeta
sarà presto diverso da come lo conosciamo.

C’è stato il tempo per rammaricarsi, per sorridere e per
riflettere.

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