La Convenzione sui rifugiati del 1951 compie settant’anni

La Convenzione sui rifugiati compie settant’anni. Nel frattempo il mondo è cambiato, ma resta comunque uno strumento irrinunciabile.

“Nessun rifugiato può essere respinto verso un Paese in cui la sua vita o libertà potrebbero essere seriamente minacciate”. È il principio del non-refoulement, un caposaldo del diritto internazionale. A sancirlo è stata la Convenzione sui rifugiati, approvata a Ginevra il 28 luglio 1951, esattamente settant’anni fa.

Cosa prevede la Convenzione sui rifugiati

La Convenzione sui rifugiati è figlia della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 che, all’articolo 14, stabilisce che “ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni”. Approvata nel 1951 durante un’assemblea speciale delle Nazioni Unite, è stata poi sottoscritta da 144 Stati ed è entrata in vigore il 22 aprile 1954.

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Rifugiati somali in Kenya © Oli Scarff/Getty Images

È un documento fondamentale innanzitutto perché stabilisce che lo status di rifugiato si applica a chiunque “nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure a chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori dei suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi”. Dopodiché impegna gli Stati aderenti a non rimpatriare i rifugiati mettendo a rischio la loro incolumità e a non sanzionarli se sono entrati illegalmente nel suo territorio e possono dimostrare la propria buona fede.

A sorvegliare sull’applicazione della Convenzione del 1951 è l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), che lavora fianco a fianco con gli Stati per trovare soluzioni durevoli che assicurino ai rifugiati la protezione a cui hanno diritto.

Quanti sono i rifugiati nel mondo

Nel 2020 ben 82,4 milioni di persone sono state costrette a fuggire da violenze, persecuzioni, violazioni dei diritti umani, conflitti o eventi che hanno gravemente compromesso l’ordine pubblico. Una cifra più che raddoppiata nel corso dell’ultimo decennio. Su questo totale, fa sapere l’Unhcr, i rifugiati sono 26,4 milioni, gli sfollati interni 48 milioni e i richiedenti asilo 4,1 milioni. La geografia dei paesi di provenienza appare fortemente sbilanciata. Ben 5,7 milioni di persone sono state costrette a scappare dalla Palestina, 6,7 milioni dalla Siria e 5,4 milioni dal Venezuela (quest’ultimo dato include anche migranti e richiedenti asilo).

Quali sono le sfide per il futuro

“Ormai è quasi impossibile trovare un luogo al mondo che, negli ultimi settant’anni, non abbia dovuto far fronte ad almeno una crisi di rifugiati”, sottolinea l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati Filippo Grandi in un editoriale pubblicato dal Corriere della Sera. Nonostante i suoi settant’anni, continua, la Convenzione sui rifugiati appare ancora al passo con i tempi, anche perché è stata integrata da altri strumenti legali che tutelano le donne, i bambini, le persone con disabilità, i membri della comunità Lgbtiq+ e molti altri. I princìpi, insomma, restano saldi. Bisogna però “assicurare che gli Stati, ovunque nel mondo, riflettano i suoi contenuti nella pratica”. Risultato non scontato visto che alcuni governi hanno cercato di indebolirli, “talvolta subendo e altre volte purtroppo incoraggiando la spinta di un populismo gretto e spesso disinformato”.

Ci troviamo insomma nel pieno di un momento critico. Un momento in cui l’Unione europea deve prendere posizione, come ribadisce su Twitter il presidente del Parlamento europeo David Sassoli: “Per 70 anni, la Convenzione sui rifugiati ha protetto le persone costrette a fuggire dalle proprie case a causa di guerre, violenze o persecuzioni. Oggi, mentre continuiamo a vedere milioni di sfollati, dobbiamo lavorare di più per essere all’altezza della Convenzione. È giunto il momento per una politica comune dell’Ue in materia di asilo”.

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