Cooperazione internazionale

Libano, nel campo profughi dove la pittura è l’unica arma in difesa dei bambini siriani

Mentre in Libano i rifugiati siriani sono sempre più a rischio, Celim, in collaborazione con Artkademy, ha dato vita a un laboratorio di pittura nel campo profughi di Jdita 006 per permettere ai giovani siriani di esprimersi.

La strada che connette Beirut alla valle della Bekaa sale ripida. In poco più di mezz’ora si abbandona il senso di oppressione generato dai palazzi in costruzione e dallo smog di un traffico ingestibile e trascurato. Sulla statale 30 gli incroci sono la casa per i bambini siriani che chiedono qualche spicciolo ai veicoli in coda, mentre nei cantieri ai lati della strada, la manovalanza a basso prezzo proveniente da Damasco, Aleppo e Homs costruisce la crescita di un Paese in stallo politico ed economico. Passato il Centre Mall, le auto si diradano e l’asfalto vola veloce. Due cartelli segnalano la frontiera siriana a meno di 50 chilometri.

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Una bambina siriana mostra la sua idea di casa © Duda Dalzoto

Quanti rifugiati siriani ci sono in Libano?

Superato l’ultimo checkpoint di Dahr El Baydar, la Bekaa ti accoglie velata da un manto di nebbia. Luogo di passaggio per popolazioni nomadi fino all’inizio del Novecento, teatro di conflitto durante la lunga e sanguinosa guerra civile, oggi la regione è sede di ottime aziende vinicole e coltivazioni di frutta e verdura. In questa area vivono la maggior parte dei rifugiati siriani, più di 350mila sui 990mila totali nel piccolo Paese levantino. I dati sulla presenza di profughi in Libano diffusi dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) sono comunque una stima al ribasso. Ufficiosamente le ong e gli addetti ai lavori che operano qui tendono a confermare un numero più alto. Un dato che tocca il milione e mezzo di rifugiati.

Dall’inizio della guerra civile siriana, nel 2011, la situazione dei profughi in Libano è cambiata, in peggio. Un dossier diffuso a gennaio dall’Unhcr rivela che il 76 per cento dei rifugiati vive con meno di 3,85 dollari al giorno, mentre il 58 per cento con meno 2,87 dollari. La difficoltà nel trovare un lavoro giornaliero aumenta, mentre i rifugiati affrontano rischi sempre maggiori. Gli arresti, lo sgombero dei campi e le intimidazioni sono all’ordine del giorno. Per  completare il quadro, nel 91 per cento dei casi il problema maggiore per i rifugiati è quello di trovare cibo, soltanto il 19 per cento ha un regolare permesso di soggiorno, il 2 per cento in meno rispetto al 2016, mentre l’età media si è abbassata, il 74 per cento ha meno di 15 anni e solo il 17 per cento delle famiglie è riuscita a completare tutti i passaggi per registrare ufficialmente le nascite dei propri figli.

Lo scontro politico e il lavoro delle ong

In Libano lo stallo è evidente. Mentre a Beirut, la politica domanda in modo compatto il ritorno in Siria dei rifugiati, accusati di appesantire l’economia, ben consapevoli dell’impossibilità della richiesta, i rifugiati sono ufficialmente impossibilitati a muoversi liberamente e a trovare un lavoro. Soli e senza status ufficiale di rifugiati visto che il Libano non è firmatario della convenzione di Ginevra del 1951, i siriani trovano nelle ong l’unico appiglio per sopravvivere e talvolta ricreare una parvenza di vita.

A Zahlé, enclave cristiana nella Bekaa, il Celim (il Centro laici Italiani per le missioni, con sede a Milano), in Libano dal 2013, ha deciso di organizzare un progetto di arte per i bambini del campo Jdita 006. “Il programma è svolto in collaborazione con Artkademy e la Caritas locale, partner di lunga data di Celim”, dice Alice Contini, responsabile Libano dell’associazione di Milano, “abbiamo già lavorato in passato alla riqualificazione delle scuole e a progetti ricreativi per giovani siriani e palestinesi nel campo di Dbayeh, l’idea di questo progetto è quindi in continuità con la nostra storia di intervento nel Paese”. Per dodici giorni Ivan Tresoldi e Francesco Muti, due dei creatori di Artkademy, società e associazione culturale con sede a Milano, si sono immersi nel campo, coinvolgendo e facendosi coinvolgere da bambini e ragazzi.

I sogni dei bambini siriani nei loro disegni

“Artkademy ha diversi rami e uno di questi, chiamato ‘equo’, si occupa proprio di progetti di cooperazione”, afferma Tresoldi, “ogni anno dedichiamo il 10 per cento del budget o del nostro tempo ad un’iniziativa che ci permetta di tornare in Italia e di sostenere l’esperienza di cooperazione avuta. Una sorta di contenuto culturale che possa ridare ossigeno alle attività fatte in questi territori. Come è stato per Haiti, Palestina e Kosovo”.

C’è l’arte, ci sono i colori e la possibilità di esprimersi: “Si sono divertiti a dipingere, anzi ci siamo divertiti, e sono venute fuori idee che hanno occupato il foglio bianco”, continua Muti, in arte Piger. Il progetto, oltre ad essere un percorso quotidiano tra fiducia reciproca e svago, ha avuto come obiettivo la realizzazione di un murale all’interno della Caritas Libano di Zahlé, sede di programmi a favore dei rifugiati. Francesco e Ivan hanno raccolto le parole chiave usate dei bambini per riprodurre un graffito che unisse tutti i punti toccati nei dodici giorni in Libano. Nel campo invece i bambini hanno esposto i loro dipinti su cartone, “una metafora di finestra. Un elemento che manca in qualsiasi campo profughi”, continua Ivan, “abbiamo chiesto di immaginare cosa avrebbero voluto vedere fuori dalla finestra di casa loro e sono comparsi fiumi, prati verdi, fiori e cieli azzurri”.

I campi profughi

“Penso che questo progetto sia servito ai bambini soprattutto per valutare se stessi come persone”, prosegue Contini, “volevamo stimolare la loro creatività e, esponendo i lavori, dare valore alla loro fantasia”. 26 tende, 126 persone, di cui 70 hanno meno di 18 anni, il campo di Jdita 006 assomiglia a molti altri sparsi nella regione. I teli bianchi dell’Unchr, i serbatoi dell’acqua donati dalla cooperazione tedesca, una rete che lo delimita, i residenti sono confinati nella stessa piatta routine, spezzata dalla fortunata possibilità di andare a scuola nel pomeriggio dei bambini o dal lavoro giornaliero nelle coltivazioni circostanti. “Jdita 006 è stato costruito nel 2014”, afferma il Mashauish, il rappresentante del campo, “le famiglie vengono da Racca, Homs e Aleppo. Nel 2015 ci fu un grande incendio, due bambini sono morti. Due dei loro fratelli hanno partecipato al progetto”.

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Francesco Muti, uno dei creatori di Artkademy accompagna un bambino al laboratorio di pittura

“Da una parte è stato molto tranquillo lavorare qua”, continua Francesco, “dall’altra però tocchi con mano realtà che ti lacerano. Esperienze che ti lasciano un segno e con cui ti devi confrontare per forza, immedesimandoti, per quanto sia possibile farlo”. Lontani dalla guerra, i traumi legati alla fuga, alla violenza e all’instabilità familiare, scavano sotto la superficie. “Sappiamo che la nostra presenza è paragonabile ad un minuto nella vita di questi bambini”, conclude Ivan Tresoldi, “ma abbiamo lasciato loro gli strumenti e l’idea per andare avanti da soli e replicare questo progetto, indipendentemente da Celim, Caritas o Artkademy”.

La situazione dei siriani nella Bekaa, come in tutto il Libano, è cristallizzata. I ritorni registrati sono pochissimi, mentre la posizione dei rifugiati si fa sempre più debole. L’arte, in questo senso, è un modo per “normalizzare” le esistenze di esseri umani che per colpa delle circostanze sono sempre meno bambini e sempre di più adulti.

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