Il limbo dei migranti venezuelani, tra l’emergenza coronavirus e il desiderio di tornare a casa

Il coronavirus non discrimina, ma gli effetti dell’emergenza hanno colpito alcune persone più duramente, come i migranti venezuelani in Sud America.

Yerardin Arrieche Sierra ha trentun anni ed è arrivata l’anno scorso a Guayaquil, in Ecuador. È scappata dal Venezuela con la madre, il figlio Abelardo di sette anni e altri parenti. “In Venezuela non c’era lavoro né cibo”. Ha dovuto vendere molti dei suoi averi per potersi permettere i biglietti dell’autobus da Guàrico, in Venezuela, a Guayaquil.

“Siamo scappati da una crisi, e siamo finiti in un’altra. Tutta la fatica che abbiamo fatto per emigrare è stata inutile. Siamo partiti alla ricerca di una vita migliore, ma ora qui è anche peggio”. Mentre parliamo la giovane donna non riesce a trattenere le lacrime. “Voglio tornare in Venezuela perché qua ora la situazione per noi è molto difficile”.

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La città di Guayaquil è l’epicentro dell’epidemia di coronavirus in Ecuador © Francisco Macias/Getty Images

Yerardin, una migrante venezuelana a Guayaquil

Il coronavirus e la quarantena sono difficili per tutti i cittadini, e soprattutto per le persone più povere e quelle che non hanno accesso al sistema sanitario, ma i migranti e i rifugiati sono stati colpiti ancora più duramente. Quando è arrivata a Guayaquil, Yerardin ha iniziato a vendere biscotti e dolciumi, poi ha trovato lavoro facendo le pulizie e come cameriera. Non aveva un contratto, come la maggior parte dei migranti venezuelani. Da quando Yerardin ha perso il lavoro a causa della pandemia di coronavirus, suo fratello, che fa consegne a domicilio in bicicletta, è l’unico ad avere un salario nella loro famiglia di sette persone.

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Una migrante venezuelana viene vaccinata vicino a un accampamento in cui migranti senza lavoro e senza casa hanno trovato rifugio durante la pandemia a Bogotá, in Colombia © Guillermo Legaria/Getty Images

All’inizio la famiglia ha vissuto dei risparmi di Yerardin. Quando i soldi sono finiti, hanno iniziato a chiedere prestiti ad altri membri della comunità. “Ora vorremmo poter tornare nel nostro paese, qui non c’è nulla per noi. E i discorsi del presidente ecuadoriano (Lenin Moreno, ndr) su quanto il paese stia spendendo per i venezuelani non fanno altro che alimentare la xenofobia”.

Racconta anche di conoscere molte persone che sono state sfrattate illegalmente dalle loro case durante la pandemia. “Sono molto spaventata dall’idea di finire a vivere sulla strada, è per questo che voglio tornare in Venezuela”, paese in cui i casi confermati di Covid-19 sono intorno ai 3.300 e le morti meno di trenta – contro i più di 50mila casi e gli oltre 4mila decessi in Ecuador (dove circa il 40 per cento delle vittime è concentrato nella provincia di Guayas, di cui Guayaquil è il capoluogo), anche se l’affidabilità dei dati venezuelani è stata messa in dubbio.

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La frontiera tra la Colombia e il Venezuela a Paraguachon a giugno dell’anno scorso © Guillermo Legaria/Getty Images

L’impatto del coronavirus su migranti e rifugiati

Olga Sarrado, portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) per il Venezuela, esprime le sue preoccupazione riguardo all’ondata di xenofobia nei confronti dei venezuelani causata dall’emergenza attuale. “Il coronavirus non discrimina, tutti possiamo essere colpiti. La differenza sta nelle conseguenze della malattia sulle persone. La condizione dei venezuelani, che era già precaria, è peggiorata a causa della pandemia”.

È stato organizzato un incontro virtuale da parte dell’Unhcr insieme all’Unione europea e all’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) per raccogliere fondi per offrire supporto ai rifugiati e ai migranti venezuelani. Sono stati raccolti oltre 650 milioni di dollari. “Abbiamo urgente bisogno di questo sostegno, ed è di conforto vedere che almeno i paesi europei si rendono conto della situazione”, dice Sarrado. “Se dovessi mettere in luce un altro aspetto positivo, sarebbe lo sforzo da parte di diversi paesi come il Perù per dare accesso ai servizi sanitari ai rifugiati venezuelani”, aggiunge.

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Un incontro virtuale è stato tenuto dall’Ue, l’Unhcr e l’Oim per raccogliere fondi per sostenere i rifugiati venezuelani © Pool/Getty Images

In Ecuador le associazioni Alas de Colibrí, Care Ecuador e Diálogo Diverso si sono pronunciate sulla situazione preoccupante dei venezuelani nel paese, ricordando al governo le sue responsabilità nei confronti di tutte le persone presenti sul territorio, rifugiati e migranti compresi. Secondo i dati di queste associazioni, l’83 per cento dei venezuelani in Ecuador lavora nel settore informale, stime confermate dai dati dell’Unhcr su tutta la regione.

Questa fetta di popolazione è stata colpita duramente dalla quarantena, come spiega Daniel Rueda, presidente della fondazione Alas de Colibrí: “sono i primi ad essere licenziati perché lavorano senza contratto. Quando perdono il lavoro non possono più pagare l’affitto e molti padroni di casa li sfrattano anche se è illegale, vista l’emergenza sanitaria. Questo succede perché non vengono fatti i controlli”.

Rueda sottolinea anche il peggioramento della discriminazione, già presente prima del coronavirus, a cui sono sottoposti i venezuelani in tutto il Sud America. “Stiamo assistendo a un aumento dell’aporofobia, la discriminazione nei confronti delle persone povere per il semplice fatto di esserlo. Lo sappiamo perché non vediamo questo tipo di atteggiamento nei confronti dei venezuelani più benestanti”. Racconta anche che circa duemila venezuelani sono entrati in contatto con la fondazione in cerca di aiuto. Sono così tanti che il servizio di WhatsApp della fondazione è collassato e la lista d’attesa è sempre piena. Per Rueda questi sono chiari segni della mancanza di supporto da parte delle autorità locali.

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Il ponte internazionale Simón Bolívar che collega Cúcuta in Colombia con la cittadina venezuelana di San Antonio del Táchira. In questa immagine del 27 febbraio, il ponte è chiuso © Joe Raedle/Getty Images

Il ritorno in Venezuela?

“Qui sono uno dei tanti disoccupati venezuelani”, dice Yerardin, piangendo. “Non c’è nulla qui per noi. Possiamo solo sperare che le cose migliorino”. E non è l’unica che vorrebbe tornare in patria: secondo un’indagine di Alas de Colibrí, lo stesso vale per il 43 per cento dei venezuelani in Ecuador.

Alcuni hanno già iniziato il viaggio verso nord. Destinazione, Venezuela. Ma in pochi sono riusciti a lasciare l’Ecuador. Sono circa trecento le persone che hanno potuto usufruire dei voli umanitari organizzati dal governo di Caracas. Altri invece hanno attraversato illegalmente il confine tra l’Ecuador e la Colombia. Una situazione che preoccupa Sarrado visto che “questo tipo di attraversamento comporta rischi molto alti perché i passaggi sono controllati da gruppi criminali e i migranti possono cadere vittima del traffico di esseri umani. Stiamo cercando di monitorare la situazione”.

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Migranti tornano in Venezuela a bordo di un autobus che li porterà al confine dalla capitale colombiana Bogotá © Guillermo Legaria/Getty Images

Fuori dalle ambasciate e dai consolati venezuelani in tutto il Sud America ci sono state proteste da parte dei cittadini che chiedono di poter tornare in patria a causa delle conseguenze sproporzionate dell’emergenza coronavirus nelle loro comunità. Gli stati che ospitano la maggior parte dei migranti venezuelani sono il Perù, l’Ecuador, il Cile e il Brasile ma soprattutto la Colombia, paese che confina con il Venezuela, in cui risiedono 1,8 su un totale di 4,7 milioni di rifugiati venezuelani, secondo i dati ufficiali.

Il Comitato internazionale della Croce rossa calcola che la metà dei venezuelani in Colombia potrebbe patire la fame a causa della quarantena. Secondo l’ente governativo Migración Colombia, tra il 14 marzo e il 15 maggio sono tornate in Venezuela più di 56mila persone,  circa il tre per cento dei migranti venezuelani nel paese. Questa cifra però non include le persone che hanno utilizzato canali irregolari per rimpatriare.

Tra le oltre trecento persone che quotidianamente attraversano il ponte internazionale Simón Bolívar che collega Cúcuta, in Colombia, al Venezuela, ci sono María, una donna di quarant’anni, insieme al figlio di otto anni ancora provato dal viaggio da Bucaramanga, la città colombiana da cui sono partiti. Originaria di Barinas, in Venezuela, María aveva deciso di migrare per dare un futuro migliore a suo figlio e per farlo studiare. In Colombia aveva trovato lavoro in un ristorante a Bucaramanga e per oltre tre anni ha potuto mandare soldi alla famiglia in Venezuela.

“A causa del coronavirus non c’è più lavoro, devo tornare perché non avevo più soldi per pagare l’affitto e il cibo stava finendo. Ho deciso di vendere tutto quello che avevo per tornare a casa insieme a mio figlio”.

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