I giudici hanno disposto lo spegnimento dell’impianto, che ha causato centinaia di vittime negli anni. Rimane il tema del lavoro e della riconversione.
La Corea del sud ricicla il 90% degli scarti alimentari grazie a un sofisticato sistema di smaltimento dei rifiuti che evita la creazione di discariche.
Nel mondo, 1,4 miliardi di tonnellate di cibo finiscono ogni anno in discarica. Si tratta di un terzo del cibo immesso nel mercato. Spesso tali rifiuti, mischiati ad altri, finiscono per inquinare le falde e i suoli, oltre a rilasciare tonnellate di metano, il gas climalterante più potente. A tutto questo, però, non contribuisce la Corea del sud, dove da 20 anni è vietato buttare gli avanzi di cibo in discarica. Qui, gli scarti del kimchi, il piatto tradizionale della Corea, così come tutta la frazione umida dei rifiuti, diventa cibo per animali, fertilizzante o biogas per riscaldare le case.
Lo spreco alimentare è una delle principali cause dei cambiamenti climatici, non solo per via del metano ma anche per l’inquinamento generato dall’energia e dalle risorse impiegate per la sua gestione, trasporti compresi. Il sistema coreano, invece, è preso a esempio da diversi governi del mondo per via del suo funzionamento: il 90 per cento del cibo scartato viene riutilizzato invece di finire in discarica o negli inceneritori. A esso si stanno ispirando Cina, Danimarca e di recente anche la città di New York, dove l’obbligo di separare i rifiuti organici dal resto è stato un fallimento. Quello della Corea del sud, tra l’altro, è un piano non così costoso da emulare, poiché costa allo stato circa 600 milioni di dollari l’anno.
C’è da dire che la tradizione culinaria della Corea del Sud aiuta il processo, perché già per sua natura tesa a produrre pochi scarti. Tanti piccoli contorni – a volte anche una dozzina – accompagnano la maggior parte dei pasti. E poi c’è la conformazione geografica: il terreno montuoso limita il numero di discariche.
Fino al 1995, gli avanzi di cibo venivano raccolti insieme alla plastica e alla carta. Come nel resto del mondo, peraltro. Ma dal 2005 le cose sono cambiate e questo anche grazie alle rimostranze dei cittadini che vivevano vicino alle discariche e che si lamentavano degli odori.
Il sistema impone anche una tariffa. Il motto è “chi spreca, paga”. La cosa vale anche per i ristoratori: più o meno si tratta di pagare una tassa di due dollari per ogni 20 chilogrammi di cibo buttato via. I lavoratori versano a fine giornata gli avanzi in un apposito bidone all’esterno del negozio con un’etichetta che comprova il fatto di aver pagato la tassa.
Funziona così anche per i cittadini: si ha una tessera, la si scansiona tutte le volte che si riempie il cestino dedicato agli avanzi, il sistema pesa il carico e alla fine si riceve una bolletta tarata sullo “spreco”. ll conto mensile rende consapevoli di quanto si butta via.
Così, tutte le mattine alle 5, i netturbini svuotano i bidoni e negli impianti di lavorazione i pezzi tra cui ossa, semi e gusci vengono separati a mano o in maniera automatizzata, così come i sacchetti di plastica, che poi vengono destinati all’incenerimento.
Il gas prodotto durante il processo di disidratazione della frazione umida finisce nella produzione di biogas e fertilizzanti, lo scarto solido viene ridotto a una polvere. Questa diventerà cibo per allevamenti ricco di fibre e proteine (in special modo per galline e anatre).
Certo, il sistema non è esente da critiche. Per esempio quella che nonostante funzioni così bene non è servito da deterrente per produrre meno rifiuti: negli anni, la quantità di scarto alimentare è rimasta costante.
Però, c’è da dire che non è aumentato: oggi un terzo del cibo ancora commestibile finisce nella spazzatura e potrebbe crescere di un altro terzo entro il 2030. Il modello Corea del sud potrebbe perlomeno ridurre tale rischio.
Siamo anche su WhatsApp. Segui il canale ufficiale LifeGate per restare aggiornata, aggiornato sulle ultime notizie e sulle nostre attività.
![]()
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.
I giudici hanno disposto lo spegnimento dell’impianto, che ha causato centinaia di vittime negli anni. Rimane il tema del lavoro e della riconversione.
Nel 2025 macellati circa 23mila esemplari, ma i cittadini li considerano sempre più animali d’affezione. Ecco due proposte di legge per dire basta.
Forestami, progetto di forestazione urbana nella Città metropolitana di Milano, ha ricevuto alla Cop17 il premio World restoration flagship delle Nazioni Unite, che riconosce progetti impegnati nel recupero di aree ecologicamente degradate.
Salgono a 5 le Regioni che hanno approvato un provvedimento sul suicidio assistito, nell’attesa che il Parlamento ne vari una a livello nazionale.
Per colmare il divario con i target Ue sulle batterie esauste, parte una campagna di comunicazione di Erion Energy tra gironi danteschi e dialetti locali.
Come una pensilina crollata a Novi Sad ha terminato l’era del presidente Vučić e creato un movimento politico.
Secondo uno studio europeo, che coinvolge il WWF, tutti gli investimenti si ripagherebbero entro il 2032. Vantaggi anche per lavoro, salute e ambiente.
La ricerca di Eoliann mostra la fragilità delle reti energetiche e di comunicazione: senza interventi la prospettiva è quella di un’Italia a intermittenza.
Il vincitore assoluto è il fotografo naturalista italiano Federico Veronesi con un’immagine di un’elefantessa. Le 100 foto si possono ammirare a Milano dal 20 novembre al 7 febbraio, al Museo della Permanente.

