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Abbiamo visitato il laboratorio di M&G, multinazionale che ha entrata nella chimica «verde» iniziando a produrre biocarburanti dalla canna da zucchero
In altre zone del mondo la canna da zucchero è usata su larga scala per derivare i biocarburanti: in Brasile, ad esempio, l’etanolo ormai è una realtà da oltre 30 anni, ma anche in Italia si stanno sperimentando nuove tecnologie per produrre carburanti da biomassa lignocellulosica evitando l’utilizzo di colture destinate anche a fini alimentari.
Per saperne di più su questo argomento abbiamo visitato il laboratorio dell’azienda M&G (Mossi e Ghisolfi), multinazionale con sede in Italia e leader mondiale nella produzione del Pet (la plastica delle bottiglie), che, dopo aver acquistato la Chemtex, ha deciso di entrare nella chimica «verde» dei biocarburanti iniziando così a produrre biocarburanti dalla canna da zucchero
Il laboratorio si trova a Rivalta Scrivia (in provincia di Alessandria) all’interno del Parco scientifico tecnologico: qui è nato il bioetanolo avanzato di seconda generazione, ovvero quello derivato dalla canna comune. Il processo di trasformazione della canna da zucchero in etanolo dura mediamente cinque giorni, ma recenti studi americani hanno stabilito che il ciclo può essere abbassato a un giorno e mezzo, grazie al batterio “Zymomonas mobilis”.
Il trattamento è semplice e senza additivi chimici, che consumano energia: dopo lo sminuzzamento, la massa vegetale viene «cotta» e fatta fermentare, più o meno come la birra. Se ne ricava un liquido con un certo contenuto di etanolo che, attraverso altri passaggi arriva a un contenuto di alcol etilico fino al 99%. Come sottoprodotto rimane la lignina, che ha un potere calorifico superiore al legno e viene bruciata per alimentare il processo industriale. Di tutto il processo produttivo rimangono dunque esclusivamente le acque reflue contenenti carbonio, dalle quali si possono però ricavare metano e biogas.
L’impegno consiste nel trovare prodotti alternativi al petrolio e diminuire la dipendenza dalle importazioni dall’estero che ogni anno costano al Paese miliardi di euro e, tramite i biocarburanti (che producono CO2 quasi zero) diminuire le emissioni di gas serra.
Tuttavia, il bioetanolo è competitivo solo se il prezzo del petrolio non scende sotto i 60-70 dollari al barile, dicono gli esperti. Sta di fatto che in questi giorni le quotazioni siano intorno a 88 dollari, mentre un paio d’anni fa sono giunte anche a 140 dollari a barile.
E un’ulteriore buona notizia giunge da oltreoceano: lo scorso ottobre l’Ente di protezione ambientale statunitense (Epa) ha infatti autorizzato nelle automobili costruite dopo il 2007 l’impiego dell’E15, carburante composto per il 15% da bioetanolo e per l’85% da benzina.
Sempre gli Usa hanno stabilito che nel 2022 il 58% dei 136 miliardi di litri di biocarburanti che verranno prodotti nel Paese non potranno derivare da coltivazioni alimentari come il mais. Due gli obiettivi: diminuire la dipendenza dalle importazioni dall’estero ed evitare, come avvenuto negli anni 2006-2008, l’aumento eccessivo dei prezzi di prodotti essenziali all’alimentazione umana e animale, come grano, mais e soia. Attualmente negli Usa vengono prodotti 41,6 miliardi di litri di biocarburanti.
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