Eni condannata per traffico illecito di rifiuti in Basilicata

Il processo sulle estrazioni petrolifere in Basilicata si è chiuso con una condanna in primo grado a Eni per traffico illecito di rifiuti. La compagnia dovrà pagare una sanzione di 700mila euro oltre a vedersi confiscare 44,2 milioni di euro.

Eni è stata condannata per smaltimento illecito di rifiuti in merito al processo sulle estrazioni petrolifere in Basilicata. Nel 2016 un’inchiesta aveva portato al sequestro di quattro mesi del Centro olio val d’Agri (Cova) di Viggiano, in provincia di Potenza: l’accusa riguardava lo smaltimento dei rifiuti prodotti dallo stesso Cova, il più grande giacimento di petrolio e gas onshore dell’Europa occidentale.

Inoltre, la compagnia petrolifera è stata condannata al pagamento di una sanzione amministrativa di 700mila euro e alla confisca “per equivalente quale profitto del reato” di circa 44,2 milioni di euro, da cui sottrarre i costi già sostenuti per l’adeguamento degli impianti.

Eni e lo smaltimento illecito di reflui petroliferi

Il processo di primo grado è scaturito da un’indagine coordinata dalla Procura di Potenza e condotta dal Nucleo operativo ecologico dei carabinieri (Noe), che nel marzo 2016 portò all’arresto di 6 funzionari Eni con l’accusa – come riporta il sito di informazione locale Basilicata24 – di smaltimento illecito di reflui petroliferi e sforamento delle emissioni in atmosfera del Cova.

“L’accusa aveva evidenziato che l’acqua separata dal greggio estratto nell’impianto della val d’Agri era stata classificata erroneamente come rifiuto non pericoloso — scrive la testata lucana —, nonostante all’interno vi fossero sostanze tossiche e quindi da indicare con appositi codici non utilizzati. Quei rifiuti erano stati smaltiti in impianti della Basilicata (val Basento) e non, ritenuti non idonei”.

Condannate sette persone

Il tribunale di Potenza ha condannato sette persone, tra le quali gli ex manager e l’ex dirigente del dipartimento ambiente della regione Basilicata. Le pene vanno da un anno e quattro mesi a due anni di reclusione, e all’interdizione di un anno dai pubblici uffici per attività organizzata per il traffico di rifiuti.

Il pubblico ministero titolare dell’indagine, Laura Triassi, aveva chiesto complessivamente 112 anni di reclusione e oltre 2 milioni e mezzo di pena pecuniaria. 35 gli imputati e 10 le società coinvolte.

La vicenda, inoltre, portò alle dimissioni – sempre nel 2016 – di Federica Guidi, all’epoca ministro allo Sviluppo economico del governo di Matteo Renzi.

La replica di Eni

La compagnia ha diffuso una nota in cui si legge che pur accogliendo favorevolmente la pronuncia di assoluzione parziale emessa oggi dal Tribunale di Potenza rispetto all’ipotesi di reato di falsità ideologica in atto pubblico, al contempo l’Eni “non condivide il riconoscimento di responsabilità per la grave ipotesi di reato di traffico illecito di rifiuti.

Eni, continua la nota, “rimane convinta che l’operato del Cova e dei propri dipendenti sia stato svolto nell’assoluto rispetto della normativa vigente e, in attesa di leggere le motivazioni della odierna sentenza, si prepara a presentare al più presto appello”.

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