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In poco più di un mese i cacciatori giapponesi hanno ucciso oltre 50 balenottere nell’area protetta del mare di Ross, giustificandosi con la solita motivazione della ricerca scientifica.
Tre navi giapponesi hanno ucciso più di 50 balenottere minori nell’area marina protetta del mare di Ross, in Antartide, tra il 22 gennaio e il 28 febbraio del 2018. Lo ha rivelato il Wwf all’incontro annuale della Commissione internazionale per la caccia alle balene (International whaling commission, Iwc) che ha luogo in Brasile dal 4 al 14 settembre.
L’area marina protetta del mare di Ross si estende su una superficie di 1,57 milioni di chilometri quadrati e ospita pinguini imperatore, foche di Weddell e varie specie di cetacei. Al suo interno la pesca commerciale è vietata, ma i cacciatori nipponici hanno ucciso le balene “a scopi scientifici”. È uno stratagemma che usano regolarmente dal 1986, anno di entrata in vigore del divieto di caccia alla balena: il Giappone continua a praticarla in nome della ricerca, incurante dell’opinione pubblica mondiale, delle accuse mosse dagli animalisti e della condanna da parte degli altri membri della Iwc.
A “scientific whaling” loophole is allowing Japanese whalers to kill dozens of minke whales in protected waters https://t.co/SM58Fqx6Oz
— WWF News (@WWFnews) 4 settembre 2018
“È assurdo che il Giappone possa violare un santuario oceanico e arpionare le balene”, ha dichiarato Chris Johnson, senior manager del programma antartico del Wwf. Nel 2014 la Corte internazionale di giustizia ha imposto la revoca di qualunque permesso di caccia a scopi scientifici. Il risultato? Il paese ha emanato un nuovo provvedimento che consente l’uccisione di 333 balenottere minori all’anno fino al 2027. L’estate scorsa, 122 erano femmine gravide.
Leggi anche: Il Giappone ha massacrato 122 balene incinte, in nome della ricerca
“Molte specie non si sono ancora riprese dalla caccia indiscriminata del passato e per di più si trovano ad affrontare nuove minacce, dai cambiamenti climatici alla presenza nelle acque di plastica e sostanze chimiche, fino all’inquinamento acustico”, ha spiegato Clare Perry, che lavora per l’ong Environmental investigation agency, al quotidiano britannico Guardian.
Eppure i giapponesi vorrebbero non solo continuare la caccia a scopi scientifici – anche in quel caso, comunque, la carne di balena viene venduta – ma addirittura riprendere quella commerciale nel caso di popolazioni sufficientemente numerose. Fortunatamente il bando del 1986 non è mai stato messo in discussione, ma a quanto pare questo non è sufficiente per convincere Giappone, Norvegia, Islanda, Russia e Corea ad allinearsi agli altri 34 paesi che l’hanno preso sul serio senza cercare scappatoie.
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