Guida alle elezioni americane. Cosa c’è da sapere per seguire la sfida tra Clinton e Trump

Clinton o Trump? Il rischio brogli è reale? Ma soprattutto, quando stappare lo spumante per festeggiare la fine della campagna elettorale più lunga della storia? Una guida alle elezioni americane dell’8 novembre.

Il numero magico da tenere presente durante la notte tra martedì 8 e mercoledì 9 novembre è 270. Si riferisce alla soglia minima di grandi elettori necessari per conquistare la Casa Bianca e diventare presidente degli Stati Uniti. Il sistema elettorale americano, infatti, prevede un’elezione semi-diretta: il presidente è nominato dal collegio elettorale a maggioranza assoluta, per un mandato di quattro anni. Questo è composto da 538 grandi elettori. Ogni stato federato elegge un numero di delegati pari al numero di rappresentanti di cui dispone al congresso. Una ripartizione che tiene conto anche della peso in termini di popolazione. Fanno eccezione solo Maine e Nebraska. 

Colora tutti gli stati in blu e rosso per tenere il conto dei grandi elettori
Colora tutti gli stati in blu e rosso per tenere il conto dei grandi elettori

 

Il risultato elettorale delle elezioni presidenziali

Il primo paese di cui conosceremo i risultati è Dixville Notch, New Hampshire, un villaggio che, per tradizione, apre le urne a mezzanotte alla presenza di tutti residenti, in modo da concludere le operazioni di voto in meno di un’ora. Le urne che per prime chiuderanno sono quelle della East Coast, intorno alle 19 (l’una di notte in Italia). Il risultato definitivo, se non ci sono interferenze, dovrebbe essere annunciato già verso le 23, le quattro del mattino in Italia, o appena raggiunta la soglia magica dei 270 grandi elettori.

Qui è possibile scaricare una mappa da colorare man mano che i risultati vengono annunciati.

 

Capitol Hill, la battaglia per il congresso

Contestualmente a quelle presidenziali, si tengono anche le elezioni parlamentari per l’elezione di 435 membri della Camera dei rappresentanti e 34 membri (un terzo) del Senato. Dato il “tornado Trump” che ha sconvolto la corsa elettorale per molti parlamentari repubblicani – che hanno dovuto distanziarsi dal loro candidato o giustificarne l’appoggio – lo scenario è molto più fluido del previsto. I commenti sessisti e ben poco conservatori di Trump hanno causato la fuga di numerosi elettori dal Gop (Grand old party, come è anche chiamato il Partito repubblicano), mentre numerosi fan di Trump si sono rifiutati di “votare per l’establishment”. https://www.youtube.com/watch?v=4gseOeyS0NQ

Attualmente i democratici alla Camera hanno 188 seggi contro i 246 repubblicani, una differenza rilevante. Ma potrebbero riconquistarne ben 43, di cui la metà grazie a candidate donna. In questo modo, potrebbero arrivare a quota 229, più della metà necessaria per ottenere la maggioranza. Ma non sarà una cosa facile.

Nella battaglia per il Senato (ogni stato elegge due senatori, per un totale di 120), invece, il Partito democratico sembra avere buone chance di vittoria. Trump ha danneggiato la corsa di senatori repubblicani chiave, come Richard Burr in North Carolina, Kelly Ayotte in New Hampshire e Joseph J. Heck in Nevada, che, stando ai sondaggi, sono destinati a perdere il proprio scranno al Senato. Dunque, buone chance di spostare, seppur di poco, l’ago oltre i sessanta senatori, necessari per avere la maggioranza, e sostenere le proposte legislative di un’eventuale Hillary Clinton presidente.

In ogni caso, la maggioranza “dem” al Senato “dem” potrebbe durare poco: nel 2018, infatti, durante le elezioni di medio termine (mid-term) 28 distretti controllati da senatori democratici saranno chiamati alle urne e il rischio di perdere anche solo una manciata di seggi potrebbe riportare il Senato in mano ai repubblicani.

E se fossimo di fronte agli anni più progressisti della storia?

Attenzione: se i democratici riuscissero a fare “cappotto” prendendo Casa Bianca e congresso, con la possibilità nei prossimi due anni di nominare almeno due giudici della Corte suprema (Obama non è riuscito a far passare la sua rosa di proposte a causa dell’opposizione dei repubblicani), si delineerebbe l’amministrazione più progressista di sempre. Da seguire con attenzione la possibilità che vengano inseriti nella nuova amministrazione Bernie Sanders, il nemico-amico di Hillary, e Elizabeth Warren, l’antagonista di Wall Street.

 

Il pericolo brogli e le minacce degli hacker

Il sistema americano è altamente decentralizzato e rende più complesso un sistema di brogli o un eventuale attacco informatico. Trump però ha detto: “Deciderò se accettare il risultato la notte delle elezioni”, avallando il sospetto che i repubblicani potrebbero ritardare l’accettazione del risultato definitivo, qualora lo scarto tra i candidati dovesse essere risicato.

Infine, non va sottovalutato il pericolo hacker, siano essi cani sciolti o gruppi internazionali organizzati. Sebbene sia tecnicamente difficile annullare le elezioni, l’interruzione di Twitter, dei siti di mezzi d’informazione o altri servizi di comunicazione fondamentali per le elezioni e la trasmissione dei risultati, potrebbe generare panico, oltre che ritardare notevolmente le operazioni di spoglio.


La legalizzazione della marijuana

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Una pianta di marijuana © Emanuele Bompan

Anche se in pochi ne parlano, la battaglia per legalizzare la marijuana negli Stati Uniti potrebbe ottenere un risultato strabiliante l’8 novembre. Ben nove stati potrebbero legalizzare la cannabis a scopo medico o ricreativo, seguendo la strada aperta da Colorado, Hawaii, Oregon e Washington DC. Dovesse succedere, la marijuana verrebbe legalizzata per oltre il 23 per cento della popolazione americana. Il risultato più importante è atteso in California, lo stato che potrebbe definitivamente “sdoganare” il mercato della cannabis a livello federale e quindi globale. Interessante è anche sapere come la pensa a riguardo il religiosissimo stato dell’Arkansas.

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