InGalera, il primo ristorante gestito dai detenuti che apre le porte del carcere ai cittadini

Un progetto unico in Italia, che apre la porte del carcere e offre opportunità di reinserimento dei detenuti. Oltre ad un menù tutto da provare.

Ci sono quattro detenuti che servono in sala, mentre sono cinque quelli che lavorano dietro ai fornelli, guidati da uno chef e da un maitre di professione esterni alla realtà carceraria. È questa la squadra che opera nel primo ristorante in Italia all’interno di un carcere. InGalera ha aperto i battenti lo scorso 26 ottobre nella II Casa di Reclusione di Milano Bollate, con un unico scopo: accompagnare i detenuti verso un percorso riabilitativo di inclusione sociale.

 

InGalera
Lo chef Ivan Manzo e il maitre Massimo Sestito.

 

Aperto sia a mezzogiorno, per un pranzo veloce o a cena, il ristorante è stato fortemente voluto dalla cooperativa sociale Abc La Sapienza in Tavola e da PwC, società multinazionale che opera nel mondo della consulenza aziendale, che ha reso possibile il progetto sia nella parte organizzativa che economica.

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Si tratta di un’idea fuori dagli schemi, nata grazie alla collaborazione con Abc. Già la cooperativa lavorava nell’ambito della ristorazione, ma non era mai arrivata ad aprire un ristorante”, racconta Francesco Ferrara partner di PwC. “Grazie alla disponibilità della casa circondariale di Bollate siamo riusciti ad integrare tre mondi prima separati: quello del carcere, quello delle imprese e quello dell’istruzione”. In questo caso infatti PwC si è occupata di pensare a tutta la parte burocratica e al business plan, oltre a coinvolgere i carcerati nello studio delle pratiche di ospitalità.

 

InGalera
Cuochi al lavoro.

 

Non solo un’impresa quindi, che dovrà essere sostenibile dal punto di vista economico. InGalera è un vero e proprio esperimento sociale: per la prima volta un carcere apre le porte alla città per permettere ai cittadini di conoscere una realtà spesso ignorata e distante. E permettere ai detenuti una graduale inclusione nella società, come è ormai nel dna del carcere fin dal 2000, quando avviò i primi progetti di “custodia attenuata”.

 

InGalera
Mise en place del ristorante.

 

“Desidero che InGalera diventi un marchio forte e credibile e possa costituire un importante elemento nel curriculum di ogni detenuto che vi transiterà; non dimentichiamo che chi imprime il ‘fine pena mai’ a chi è stato in prigione è la società. Voglio contribuire a togliere questo stigma”, ha dichiarato Silvia Polleri, presidente della Cooperativa Abc La Sapienza in Tavola.

 

52 posti a sedere, a pranzo e a cena, sei giorni su sette. “Vorremmo che questo progetto diventasse replicabile, perché l’idea che c’è dietro ha un enorme beneficio sociale”, conclude Ferrara. “Anzi ci auguriamo che possa avere successo in altre carceri”.

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