Diritti umani

Il calcio secondo Oliviero Beha

Oliviero Beha ha più volte affrontato ed approfondito la crisi etica ed economica che affligge il calcio.

Domenica sarà ospite di BorgoFuturo, festival della
sostenibilità a Ripe San Genesio, in provincia di Macerata,
dove parlerà di calcio e sostenibilità, così abbiamo
deciso di parlare con lui di questo rapporto.

Lei parla di sofferenze economica del calcio.
Perché?
Be’ è sin troppo facile, quasi
banale, perché in buona parte del paese, ne parlo nei miei
libri in particolare nell’ultimo
“Dopo di lui”
, edito da Chiare
Lettere, il calcio è una sorta di debito pubblico permanente,
continua a fare debiti in serie A, serie B, nelle leghe prof, nelle
leghe dilettanti. La lega dilettanti è quella che fa meno
debiti perché teoricamente dovrebbe maneggiare meno soldi: la
vera base del calcio è fatta dai dilettanti, dai giovani e
anche loro sono in grande difficoltà.

Nella società si è assistito ad una crisi
etica che poi ha portato ad una crisi economica. Crede che ci sia
stato un movimento analogo nel mondo calcistico?

Ah sicuramente, il concetto di lealtà, che è
il principio basilare su cui si dovrebbe basare il calcio e lo
sport in generale ed è la prima regola del codice di regole e
di norme federali, è un concetto polverizzato. Chi parla
più di lealtà? La lealtà è una presa per i
fondelli, è un termine addirittura espunto dal vocabolario: le
partite si comprano e si vendono, i giocatori si comprano e si
vendono, spesso mischiando gli affari. L’etica del vincere, del
giocare bene, del divertire è un’etica ormai per
sopravvissuti.

Per il mondiale che si sta giocando in Sudafrica si
è fissato un obiettivo di riduzione delle emissioni di CO2 che
è stato disatteso. Qual è il suo punto di vista a questo
proposito?
Penso che se ne freghino della
sostenibilità, dell’ecosostenibilità e del fatto che
viviamo in un pianeta in cui le tessere del mosaico devono essere
per forza giustapposte, avvicinate per capire in che stadio
versiamo, a che punto siamo. No, invece si tiene tutto separato poi
ci sono delle anime pie che chiedono la riduzione della CO2 e
invece degli altri che fanno i loro affari. Gli organizzatori dei
mondiali di calcio secondo lei hanno come priorità
l’ecosostenibilità? Non credo nemmeno che sappiano che esista
un problema di questo genere. O meglio, lo sanno, ma se ne
fregano.

Adesso quanto c’è di genuino nel calcio?

Di genuino c’è la voglia di giocare che è biologicamente
resistenziale. Di consumato, di trasfigurato, c’è il fatto che
la politica è stata calcistizzata e se ne parla come se fosse
calcio e il calcio è stato politicizzato e dipende dalla
politica.

Lei tra le altre cose è giornalista sportivo da
molto tempo…
Qui c’è un equivoco di
fondo, io sono un giornalista sportivo perché ho fatto sport e
amo lo sport, invece di solito si intende per giornalista sportivo
uno che si occupa di sport e della cronaca sportiva, non della
cultura sportiva, non della politica sportiva, non di ciò che
fa dello sport un elemento fondante di una società. Di queste
cose non parla mai nessuno perché sono troppo sportive per chi
si occupa di politica e troppo politiche per chi si occupa di
sport: vanno a finire nel mezzo e non se ne occupa nessuno. Fatta
questa premessa, io da trent’anni faccio sport e ho fatto sport
seriamente, mi occupo di sport e anche del resto, scrivo romanzi,
libri, opere teatrali e alla fine ho un atteggiamento sportivo nei
confronti della realtà, è questo che fa di me un
giornalista sportivo.

Lei ha una formazione umanistica. Chi pensa che l’abbia
influenzata nella scrittura giornalistica?

Sì, ho una laurea in lettere in Italia e una in
filosofia in Spagna. Non so chi mi ha influenzato. A livello di
stima, professionalmente Indro Montanelli era inarrivabile come
chiarezza e come energia, poi per il resto non mi pare che ci siano
grandi mostri sacri. Ci sono mostri, ma poco sacri.

Pensavo ad esempio a Gianni Brera…

Gianni Brera era un grande giornalista equivoco, nel
senso che aveva applicato canoni culturali alla lettura dello sport
in un paese ignorante che nel secondo dopoguerra cominciava a
considerare lo sport una cosa interessante. Brera era diviso tra
il fatto che ci fosse un retaggio fascista e il fatto che fosse uno
che padroneggiava la scrittura, la creatività lessicale molto
meglio di altri. Ma insomma, è sempre stato il migliore dei
peggiori, infatti veniva definito il “Gadda dei poveri”.

A BorgoFuturo, il 4 luglio parlerà del legame tra
calcio e sostenibilità…
Nel calcio
come in tutto ciò che attiene allo sport, all’attività
fisica, all’ecosistema che vede al suo centro
l’ecosostenibilità della persona, c’è un’ecologia della
persona che va rimessa al primo posto. Le persone sono state
dimenticate, nascoste, sospese, cancellate dal panorama visuale ed
etico della società, non solo della società italiana.
Vanno rimesse al primo posto con tutti i loro diritti, i loro
doveri, le loro responsabilità nei confronti di loro stessi e
dell’ambiente. L’ambiente in un certo senso sono loro stessi,
rispettare se stessi significa rispettare l’ambiente e viceversa.
Usare questi criteri anche nel calcio mi pare l’unica
soluzione.

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