Il Figlio velato di Jago è un’opera magistrale ricolma di significati

Il Figlio velato è un’opera realizzata a New York, ma ha trovato casa nel rione Sanità di Napoli. La nuova opera di Jacopo Cardillo, in arte Jago, è un simbolo di lotta e speranza.

Ancora una volta l’arte viene usata per denunciare, per far conoscere e comprendere, per sensibilizzare. Lo fa Banksy, lo street artist misterioso che ha appena svelato la sua ultima opera a Betlemme, e lo segue Jacopo Cardillo, in arte Jago, l’artista di Frosinone di fama internazionale, che ha scolpito, in live streaming, il Figlio velato. L’opera è una denuncia nei confronti delle atrocità dei giorni nostri: racconta la storia di un bambino, vittima innocente delle scelte degli adulti. È una storia di criminalità, di migrazioni, di stragi, di sacrifici inaccettabili.


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La scultura è stata inaugurata il 21 dicembre nella Cappella dei Bianchi, all’interno della chiesa di San Severo fuori le mura, nel rione Sanità di Napoli, in una mostra a cura di Luca Ivarone. La città è anche patria del Cristo velato, capolavoro di Giuseppe Sanmartino che Jago richiama nel nome, ma non nelle intenzioni. ″È una scultura che ho amato profondamente – racconta l’artista –, è un punto di riferimento assoluto. Per me era interessante poter partire da quell’immagine consolidata per portare una storia diversa. Il Cristo velato è un uomo che consapevolmente si è sacrificato per il bene della collettività. Il Figlio Velato non è un santo, non è un’immagine religiosa. È un bambino, vittima della nostra inconsapevolezza e della consapevolezza di chi compie certi gesti. È un figlio, perché è di tutti”.

Il Figlio velato di Jago è nel rione Sanità di Napoli

Il bimbo è disteso per terra, il volto leggermente di profilo, gli occhi si intravedono chiusi nonostante il velo leggero che copre tutto il corpo lasciando scoperta solo una mano, inerme. Questa scultura è un simbolo che ci ricorda le troppe stragi avvenute nel Mediterraneo e in tutto il mondo. È un’opera che parla da sola: “Non vorrei spiegarla. Parlo con quell’immagine. C’è sicuramente la denuncia, la gioia, la sofferenza, ma anche la speranza. Non la amo particolarmente, penso la speranza sia dei disperati. Ma nel creare quest’opera ho conosciuto persone a cui è rimasta solo quella”.

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Il Figlio velato di Jago è una denuncia nei confronti delle atrocità, dei crimini e delle stragi dei giorni nostri. Si trova nella chiesa di San Severo fuori le mura, nel rione Sanità di Napoli © Jago

Dopo una gestazione lunga sei mesi – il progetto nasce nel 2017il Figlio velato ha visto la luce, ma non in Italia: a New York. Anche se poi in Italia è tornato, trovando la sua casa a Napoli. “Me ne sono dovuto andare – spiega Jago – perché qui non c’era nessuno che potesse sostenermi in un’operazione così complicata. Questo è il paradosso. Per far qualcosa per l’Italia bisogna andare altrove. Quando sei via, è proprio quello il momento in cui sei a casa. Ci sei con il cuore, con i ricordi, con le emozioni. Si genera un senso di responsabilità. All’estero voglio esportare altro della mia terra: non siamo solo pizza e mafia. So che ogni mio gesto è il gesto dell’Italia intera”.

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L’opera è stata restituita alla collettività, proprio perché “è di tutti”, come dice lo stesso artista, che per realizzarla ha avuto “l’opportunità di vedere, quasi toccare, avvicinarsi a un centimetro di distanza dalla finitura di quell’opera” cui si ispira. E ora è attrazione, è simbolo, è catalizzatore di attenzione internazionale e, soprattutto, aiuta a creare indotto in quei luoghi. “La mia opera – spiega Jago – racconta anche delle centinaia di bambini che hanno perso la vita in questi luoghi per la criminalità. Se lasci la finestra aperta c’è un oratorio di fianco e senti in continuazione le voci dei piccoli”.

Chi è Jacopo Cardillo, in arte Jago

Classe 1987, originario di Frosinone, Jago è un imprenditore italiano che lavora principalmente nella scultura e nella produzione video. Con una formazione all’Accademia di Belle arti, inizia la sua produzione artistica giovanissimo, prima in Grecia, a Naxos, poi in Italia tra Roma e Verona. “Mia madre è professoressa – racconta l’artista –. La ringrazio perché mi ha insegnato a marinare la scuola. Mi portava a girare i musei Capitolini, il Vaticano. ‘Quello è Michelangelo’, mi disse una volta. ‘La Pietà l’ha fatta con le sue mani. Puoi farlo anche tu. Copia per imparare, non copiare per copiare’. Un insegnamento preziosissimo”.

Ben presto capisce che l’estero ha qualcosa in più da offrire e si trasferisce a New York, continuando però a lavorare tra Stati Uniti, Cina e Italia. Apprezzatissimo dal pubblico e dalla critica, ha ricevuto diversi riconoscimenti nazionali e internazionali e ha esposto in numerose mostre. Una fra tutte, su esplicita richiesta di Vittorio Sgarbi: la 54esima edizione della Biennale di Venezia, Padiglione Italia, dove ha esposto il busto in marmo dell’allora papa Benedetto XVI (2009) per il quale nello stesso anno ha ricevuto la Medaglia Pontificia.

 

 

 

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Questa stessa opera, tra le più note dell’artista, è stata poi spogliata e trasformata nell’Habemus hominem (2013) dopo le dimissioni di papa Ratzinger, in cui viene rappresentato il Pontefice nudo. “Oggi mio padre lavora con me – continua Jago –. Ci sono stati periodi in cui non guadagnavo praticamente un euro, ma loro hanno creduto in me e mi hanno sostenuto. Il 30 per cento dei miei guadagni li do a loro”. Chapeau, Jago.

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