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La nostra rappresentazione della realtà è il risultato di quello che col nostro pensiero “costruiamo”, possiamo cambiare la qualità della nostra vita aggiornando le mappe con cui leggiamo il mondo. Questa è l’applicazione in psicologia dei principi della filosofia costruttivista.
La realtà… non esiste, esiste la visione che ognuno adotta o si crea della realtà. La lettura degli eventi dipendono più dalla “mappa di significati” personali di ognuno, che da una presunta oggettività rispetto alla quale avvicinarsi o allontanarsi.
Il processo di costruzione di queste mappe dipende da innumerevoli fattori: sì dal contesto culturale, sociale, familiare in cui si cresce e in cui si acquisiscono schemi di lettura della realtà e significati condivisi, ma anche da quello caratteriale, esperienziale e indubbiamente personale, capace – o meno – di aggiornare di volta in volta le proprie mappe in base all’acquisizione di nuove informazioni che ampliano la visione della realtà e che aprono le porte a diverse possibilità d’interazione con essa.
Questo focus sulla possibile personalizzazione degli schemi percettivi più che sulla realtà considerata come oggetto univocamente conoscibile, ha innumerevoli implicazioni non solo nelle alte sfere della filosofia e della scienza, ma anche nella vita quotidiana di ognuno e, non a caso, ha posto le basi di diversi filoni della psicologia contemporanea, tra cui Cognitivismo, Logoterapia, Gestalt, Ecopsicologia e altri.
Nel fare esperienza della realtà ci creiamo delle conclusioni rispetto ad essa e nell’esprimere e comunicare queste conclusioni fissiamo ulteriormente i limiti entro i quali ci muoviamo. Ma la vita è sempre molto più vasta di questi limiti – che sono anche dei limiti percettivi – e spesso ci “provoca” con esperienze destabilizzanti, obbligandoci ad ampliare l’idea di noi stessi e del mondo di cui siamo parte. E’ quello che succede quando chi ha sempre vissuto in un piccolo borgo di provincia di trova a vivere l’esperienza della città: visione di sé e del mondo vengono aggiornate. Se il processo è doloroso o entusiasmante dipende da tanti fattori e non solo fattori esterni, ma soprattutto interni. Un trasferimento all’estero può essere esaltante per qualcuno e drammatico per altri, non dipende dall’evento in sé, ma si come quando e da chi viene vissuto. Le mappe interiorizzate determinano la qualità dell’esperienza.
Col pensiero diamo un significato al mondo, con la parola lo fissiamo, ci incateniamo alle conclusioni, operiamo una magia, che può essere bianca o nera a seconda dei vantaggi o svantaggi che trarremo da questa mappa appena stilata. Ma la magia operata è reversibile, perché la vita non è un insieme di eventi statici, ma di processi dinamici e tutto si trasforma. La sfida è quella di mantenere la mente abbastanza flessibile da cogliere e sottolineare quelle esperienze che hanno introdotto elementi nuovi, soprattutto quando sono rincuoranti, e allora ancora una volta la parola diventa la bacchetta magica con cui possiamo riesaminare il nostro vissuto e il contesto esterno in cui ci troviamo per arricchire l’idea che avevamo precedentemente di noi stessi e del mondo con nuovi elementi.
Non siamo soggetti passivi che subiscono la realtà – a meno che non sia questa la nostra mappa attuale – ma soggetti attivi in continua conoscenza del mondo, in dialogo con la vita. Più diventiamo consapevoli del nostro potere discriminatorio nel scegliere come leggere ciò che ci accade – il famoso bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto – più ci appropriamo di quel quid di inalienabile libertà interiore al quale inneggiano filosofi di tutti tempi, Socrate in primis tanto per citarne uno noto a tutti.
Questa è la sfida evolutiva contemporanea, come individui e come specie sapiens sapiens, riconoscere che abbiamo un immenso potere interiore sopito. Nella misura in cui ci risvegliamo alla nostra natura profondamente creativa e ci assumiamo la responsabilità delle mappe che scegliamo, potremo trasformare questo pianeta in una esperienza di bellezza e di gioia, perché è per questo che siamo qui.
Con questo obiettivo l’Ecopsicologia insiste tanto sulla crescita personale individuale, partendo dal presupposto che proprio dal risveglio individuale di tanti – ognuno attivo e impegnato nel suo ambito e territorio – un cambiamento più ampio potrà prendere forma. Possiamo gettare via vecchie mappe consunte che vedono la Terra come valle di lacrime e gli esseri umani come avidi ed egoisti, e sostituirle con visioni più edificanti, come quella proposta dall’economista Jeremy Rifkin (in Civiltà dell’empatia), che rilegge tutta la storia dell’umanità come progressivo fiorire della potenzialità innata dell’empatia.
Abbiamo bisogni di adottare nuove mappe, adatte a fare le magie necessarie per trasformare la Terra da quella che crediamo che sia – un’inerte palla di roccia che ruota nello spazio – a quella che potrebbe rivelarsi, se solo lo volessimo, di un ecosistema vivente di inestimabile bellezza e intelligenza, di cui anche noi umani siamo parte integrante… e attiva.
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