Monte Rushmore, i nativi rivogliono la montagna dei presidenti americani

La montagna con i quattro presidenti è al centro di un atto di rivendicazione dei nativi americani della tribù Lakota che da secoli vivono in quella zona.

Il Monte Rushmore è una delle attrazioni più famose degli Stati Uniti: le sculture nel granito rappresentanti i volti dei quattro presidenti americani George Washington, Thomas Jefferson, Theodore Roosevelt e Abraham Lincoln attirano ogni anno più di due milioni di visitatori. Turisti statunitensi e stranieri affollano in ogni stagione la montagna che si trova nello stato del Dakota del Sud.

Nonostante la grandiosità dell’opera, il Monte Rushmore è al centro di una protesta da parte dei nativi americani che da decenni rivendicano le aree in cui sorge il monumento. Il crescente movimento negli Stati Uniti e in Canada che chiede la restituzione dei territori sequestrati agli indigeni ha una delle sue sfide più significative proprio sotto i volti scolpiti nella roccia del Monte Rushmore.

Turisti davanti il Monte Rushmore
Turisti davanti il Monte Rushmore © Scott Olson/Getty Images

La storia del Monte Rushmore

Il monumento sul Monte Rushmore venne costruito da un team guidato dallo scultore Gutzon Borglum fra il 1927 e il 1941. Circa 400 operai lavorarono al progetto e fra questi c’era anche un italiano: il friulano Luigi del Bianco contribuì notevolmente alla riuscita della scultura e in particolare si concentrò sulla statua di Lincoln. I visi presidenziali si trovano a 1.745 metri sul livello del mare e sono da sempre al centro di riferimenti culturali in numerose opere d’arte americane. Prima che l’impresario Charles E. Rushmore decidesse di finanziare Borglum e in questo modo accaparrarsi il diritto di dare alla scultura il suo nome, la montagna era nota come “The Six Grandfathers”, ovvero i sei nonni.

Fu la tribù dei Lakota Sioux a chiamarla in questo modo dopo che uno dei loro capi ebbe una visione nei pressi della montagna; i sei nonni sono in realtà le direzioni sacre secondo i nativi: ovest, est, nord, sud, sopra e sotto. A seguito di una serie di campagne militari, gli Stati Uniti presero il controllo dell’area, sancendone la conquista con il tuttora contestato Trattato di Fort Laramie del 1868. I membri della Grande Nazione Sioux furono costretti a cedere la maggior parte del territorio e trasferirsi in riserve molto più piccole lontano dai luoghi a loro sacri.

La protesta recente

Negli ultimi anni, un movimento per riottenere i luoghi estirpati si è diffuso fra i nativi della regione. Durante una visita dell’ex presidente Donald Trump al Monte Rushmore il 3 luglio 2020, le tribù hanno organizzato una protesta nelle strade intorno al monumento. Sui social ha preso piede l’hashtag #landback per sostenere la causa dei Lakota. Oggi, la causa degli indigeni è di nuovo d’attualità grazie all’impegno degli attivisti.

“Non si tratta di possedere la terra. Si tratta di riguadagnare un rapporto spirituale con la terra”, ha detto Elise Boxer della tribù Dakota. “Siamo poveri perché le nostre risorse ci sono state rubate e quelle risorse hanno fruttato ad altri miliardi di dollari. Ma il nostro legame con le montagne non è monetario. La nostra principale preoccupazione è che la terra non venga profanata e che ci sia permesso di riprendere il nostro ruolo di amministratori della terra”.

L’aiuto della politica

La presidenza Biden, specialmente grazie al contributo della deputata di origine nativa Deb Haaland, ha già restituito circa 19mila acri di terra ai nativi in altre zone degli Stati Uniti. I Lakota sperano che la zona del Monte Rushmore sia fra le concessioni successive, anche se la presenza dell’attrazione turistica rende tutto più difficile. In alcuni tour per i turisti sono stati aggiunti dei riferimenti alla storia degli indigeni in questi luoghi.

“Dopo 500 anni di ingiustizie, non puoi semplicemente mettere un finto villaggio presidiato da un nativo simbolico e dire: ‘Siamo a posto’ – ha detto il Lakota Two Eagle – vogliamo incontrare Biden e chiedergli di onorare i trattati. Vogliamo scoprire cosa farà per fermare l’etnocidio del nostro popolo”. La campagna per il riottenere i terreni va avanti fra azioni politiche e proteste in strada, mentre molti ignari turisti continuano a farsi foto con i volti dei presidenti sullo sfondo, forse senza conoscere la storia secolare dei sentieri su cui stanno camminando.

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