Quei civili di cui nessuno parla: la strage in Myanmar

Dal colpo di stato del 2021 il regime militare fa strage di civili per silenziare il dissenso. Ora i ribelli hanno lanciato un’offensiva contro l’esercito.

  • Da quando si è insediata nel 2021, la giunta militare del Myanmar colpisce obiettivi civili per reprimere ogni forma di dissenso.
  • L’Onu ha denunciato crimini di guerra da parte del regime, tra cui incendi di villaggi, stupri e torture.
  • Ora i ribelli hanno dato il via a un’offensiva comune contro il regime che potrebbe portare il paese in guerra civile.

Il livello di scontro in Myanmar tra la giunta militare e i gruppi armati ribelli non ha mai raggiunto un picco così alto come ora. La denuncia arriva direttamente dall’Onu, che sottolinea come dal 2021, anno del colpo di stato dell’esercito che ha portato alla rimozione e all’arresto di Aung San Suu Kyi, il paese non era mai stato così vicino alla guerra civile

L’escalation c’è stata a partire da fine ottobre, quando un’alleanza di milizie etniche ha dato il via a un’azione comune diffusa in diverse aree del Myanmar contro la giunta militare, conquistando porzioni di territorio. Un’azione che segue la profonda e violenta repressione messa in atto dal regime contro minoranze e opposizioni, fatta attraverso bombardamenti aerei e attacchi via terra che solo nel primo anno post golpe hanno causato oltre 6mila morti. E la situazione umanitaria nel paese è sempre più critica, soprattutto per le minoranze.

La repressione militare in Birmania

“La frequenza e l’intensità dei crimini di guerra e dei crimini contro l’umanità non hanno fatto altro che aumentare negli ultimi mesi”. A dichiararlo è stato nel settembre scorso Nicholas Koumjian, direttore dell’Independent investigative mechanism for Myanmar, organo creato dall’Onu. La denuncia di una repressione da parte della giunta militare che non solo prosegue dal colpo di stato del 2021, ma che mese dopo mese va peggiorando.

La giunta militare del Myanmar sta usando la paura dei civili come mezzo di dominio. Sin dal loro insediamento, i militari hanno dato vita a una campagna violenta contro i dissidenti politici e i ribelli appartenenti alle minoranze etniche, che ha portato a migliaia di morti e altrettanti arresti extra-giudiziali. Solo nel primo anno i morti della repressione sono stati oltre 4mila, gli arresti a oggi oltre 24mila, con 150 condanne a morte. Con l’obiettivo di disgregare i gruppi dissidenti, i militari hanno ucciso e ferito migliaia di civili per tagliare il loro sostegno alla base, distruggendo anche beni e infrastrutture necessari per la sopravvivenza, inclusi cibo, alloggi, centri medici e campi profughi. Interi villaggi sono stati dati alle fiamme, come denunciato dagli osservatori Onu, che hanno sottolineato anche abusi sessuali e torture a danno dei civili, parlando esplicitamente di crimini di guerra.

L’offensiva del regime contro dissidenti e ribelli non è avvenuta solo con attacchi personali e incursioni militari via terra, ma anche attraverso bombardamenti aerei. Un caso eclatante è quello dello scorso aprile, quando il regime ha bombardato il villaggio di Pa Zi Gyi, nella regione di Sagaing. Qui era in corso l’inaugurazione di un nuovo ufficio delle Forze di Difesa del Popolo, il braccio armato del governo in esilio di Unità Nazionale costituitosi dopo il colpo di stato del 2021. L’attacco ha causato circa 150 morti, perlopiù civili.

A settembre Volker Türk, Commissario dell’Onu per i diritti umani, ha chiesto un’azione radicale sul Myanmar da parte della comunità internazionale. Ma da quel momento la situazione nel paese è ulteriormente peggiorata.

Il rischio guerra civile

Il 27 ottobre un’alleanza di gruppi ribelli di minoranze etniche e di combattenti anti-giunta militare ha dato il via a un’operazione congiunta contro l’esercito. Nel particolare si tratta di un’unione tra il Kokang Myanmar Democratic Alliance Army (Mndaa), la Ta’ang National Liberation Army (Tnla) e la Arakan Army, a cui si è unito il sostegno delle le Forze di Difesa del Popolo.

L’obiettivo dichiarato della cosiddetta “Operazione 1027” è quello di “salvaguardare la vita dei civili, affermare il diritto all’autodifesa, rispondere risolutamente agli attacchi di artiglieria e aerei in corso e sradicare l’oppressiva dittatura militare”. E questo si è tradotto in una serie di attacchi militari contro postazioni dell’esercito che hanno interessato varie aree del Myanmar. Le prime postazioni militari a essere colpite sono state quelle nello stato Shan, al confine con la Cina. Poi i combattimenti si sono estesi a occidente nello stato di Rakhine, dove si trova la minoranza dei Rohingya. Altri attacchi hanno riguardato lo stato Chin, al confine con l’India, e lo stato Kayah, al confine con la Thailandia.

Le milizie ribelli hanno annunciato di aver riconquistato circa il 70 per cento del territorio del Myanmar, mentre l’esercito deve far fronte alle prime defezioni tra i suoi arruolati. Di fronte a queste difficoltà, la risposta della giunta militare non si è comunque fatta attendere. Diverse città come Loikaw si trovano da giorni sotto pesanti bombardamenti, che hanno costretto alla fuga migliaia di persone. Nell’ultimo mese il numero di sfollati interni ha superato quota 300mila. E come ha ammesso lo stesso regime militare, “il Myanmar rischia di disgregarsi”.

La crisi umanitaria

Il Myanmar non ha mai raggiunto un livello così alto di conflitto dal colpo di stato del 2021. Per l’Onu si tratta della peggior escalation di violenza del periodo e se le cose dovessero proseguire così il rischio è di una guerra civile tra la giunta militare e i gruppi ribelli. 

Uno scenario disastroso per un paese che deve già fronteggiare una pesante crisi umanitaria, effetto proprio della repressione dell’esercito. Da quando è al potere, la giunta militare ha bruciato 70.324 case civili in 13 dei 14 stati e regioni in cui è suddiviso il paese.  La perdita delle proprietà e la repressione hanno costretto 1,5 milioni di persone a lasciare il proprio territorio. Il taglio orchestrato dai militari nella fornitura di cibo, acqua e elettricità a interi villaggi – qualcosa che ricorda l’assedio totale imposto da Israele sulla Striscia di Gaza – ha aggravato la situazione: circa 18 milioni di persone necessitano di aiuti umanitari.

A peggiorare la situazione c’è poi l’impatto sul clima delle scelte economiche della giunta militare. Sempre più isolato a livello internazionale, il regime ha dato via a progetti di sovrasfruttamento delle risorse naturali, che stanno mettendo in ginocchio le comunità locali, soprattutto quelle costiere. “La crescente estrazione di risorse, spesso non regolamentata e facilitata dall’esercito o da altri gruppi armati, sta degradando l’ambiente, inquinando le fonti d’acqua, devastando le foreste e esacerbando i rischi del cambiamento climatico”, hanno denunciato gli esperti dell’Onu. Questo, insieme al conflitto e alla repressione militare, sta minacciando la salute, i mezzi di sussistenza e la sicurezza di milioni di persone in Myanmar, in particolare delle popolazioni indigene.

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