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Essere donne in india, una condizione discriminata e sottoposta a continue violenze psicologiche e non solo. Un racconto che lascia senza parole
Tradizionalmente il popolo indiano è prettamente
maschilista, la donna in India non è altro che un’eterna inferiore,
dipende prima dal padre, poi dal marito e infine dai figli.
La donna deve sposarsi, è il suo “compito”, i matrimoni sono
stipulati dai genitori e gli sposi spesso sono scelti attraverso
brevi trafiletti sui giornali.
Molte famiglie per procurare alle figlie uno sposo che le rispetti
(e che si rispetti) devono sborsare, come dote, cifre superiori
alle proprie possibilità, indebitandosi per intere
generazioni. Non solo, accade spesso che suocere e mariti,
insoddisfatti della dote ricevuta, si sbarazzino delle mogli,
simulando incidenti domestici, liberandosi così dal vincolo
del matrimonio, altre volte, giovani donne, esasperate dalle
pressioni della famiglia, vengono spinte al suicidio.
Inoltre la donna, dal punto di vista religioso, non ha nessuna
possibilità di salvezza, di conseguire direttamente il moksa
(la salvezza), ma deve garantirsi, con i propri doveri di moglie
devota, la rinascita come uomo per poter finalmente intraprendere
il cammino per la libertà.
Poiché il sistema delle caste indiano non concede spazio al
singolo in quanto tale, esso è considerato in rapporto alla
sua funzione; quando quest’ultima viene meno l’individuo è
svalorizzato al punto di essere emarginato e/o estromesso dal
contesto sociale.
E’ proprio quanto, ad esempio, accade alle vedove che, perdendo con
la morte del marito la loro ragione d’essere quali spose, finiscono
per non avere più alcuna collocazione nella società e
nella famiglia.
Sottoposte a violenze psicologiche quali l’allontanamento dai
figli, la proibizione di risposarsi e la sottrazione dei gioielli
di nozze, le donne indossano sari (tradizionale veste) bianchi, si
coprono il capo, quando non è rasato, e trovano l’unica
consolazione nella religione.
Ad esempio a Vrindavan più di 500 vedove trovano rifugio nel
“Bhagvan Bhajan Ashram”, dove cantando per 8 ore al giorno inni
sacri a Krishna, ricevono 250 grammi di riso, 50 grammi di dhal
(legumi) e 10 rupie (circa 500 lire). Alla sera si ritirano a
gruppi in sordide stanze in attesa di una grazia che non
arriverà mai.
Serena Penagini
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