Uno studio condotto in India ha osservato che sostituendo i fertilizzanti chimici con quelli organici, le verdure riacquistano i nutrienti persi in decenni di agricoltura intensiva.
Insegnante e produttore di olio siciliano, Nicola Clemenza da anni porta avanti una battaglia per la legalità dopo l’attentato mafioso che lo ha colpito.
Ci sono storie che ne raccontano tante altre, esattamente come quella di cui stiamo per parlare: un racconto di agricoltura sostenibile, di olio buono, di biodiversità, ma anche di legalità, di antimafia, di consapevolezza e di consumo critico.
È la storia di Nicola Clemenza, siciliano, classe 1969 che da giovanissimo intraprende la strada dell’insegnamento nelle scuole, ma che al contempo decide di valorizzare alcuni terreni di famiglia localizzati a Selinunte, nel trapanese, avviando una produzione di olio extravergine da olive in prevalenza della cultivar Nocellara del Belice e di farlo utilizzando da subito il metodo biologico: “È stato proprio l’interesse per la coltivazione biologica e l’amore per la natura che mi ha fatto avvicinare all’agricoltura”, spiega Clemenza. “L’unica agricoltura possibile per me era quella praticata nel rispetto della natura, per dare valore aggiunto ai prodotti, alle persone e ai territori”.
Da qui, l’idea, di Clemenza di fondare, nel 2008, il Consorzio di Tutela Valli Belicine per raggruppare gli imprenditori olivicoli sotto questa visione, ma anche per sottrarli alle logiche mafiose presenti nel settore e ottenere tutti insieme prezzi più equi per il proprio lavoro. “Nella sola zona di Castelvetrano, Campobello di Mazara e Partanna, la percentuale del 4 per cento in nero – di fatto il pizzo – sulla mediazione nella consegna delle olive da mensa nei magazzini fruttava ai mafiosi 4 milioni di euro. Con la gestione del Consorzio la mafia rischiava di perdere questo controllo sul territorio”.
Per questo, il giorno dell’inaugurazione del Consorzio, Nicola Clemenza subisce un attentato: di notte la sua macchina viene incendiata e le fiamme invadono anche l’abitazione in cui l’imprenditore sta dormendo con la moglie e la figlia di un anno. Davanti a una così grave intimidazione, Clemenza però non si ferma e decide di denunciare l’accaduto alle forze dell’ordine iniziando così la sua battaglia per la legalità. Sull’attentato e altri episodi di stampo mafioso la polizia di Stato indaga attraverso l’operazione Golem 2 che porterà a processo – con Clemenza costituito come parte civile – 13 imputati tra cui il boss Matteo Messina Denaro.
Oggi Clemenza è un simbolo dell’antimafia e a chi gli chiede se ha paura, per lui e per la sua famiglia, risponde di no: “Avrei messo più in pericolo mia moglie e le mie figlie se non avessi fatto niente. Paradossalmente quando uno è più esposto è meno vulnerabile. Il grande errore della mafia sono state le stragi degli anni ‘90 quando lo Stato – seppur colluso – ha dovuto reagire davanti alla società civile che chiedeva giustizia per quelle morti”.
Da allora, la mafia è sempre più passata dalla violenza assassina alle infiltrazioni nell’imprenditoria. Con l’associazione antiracket Libero Futuro, Clemenza aiuta le vittime che denunciano e si costituiscono parte civile nei processi fornendo sostegno legale e psicologico. “Ricordo che una volta una donna ha chiesto di parlare con mia moglie perché il marito voleva denunciare, ma lei aveva paura. Davanti a queste situazioni io dico che si può vivere una vita normale solo liberandosi”. Un altro modo in cui agisce la mafia è la macchina del fango. “Ogni scusa è buona per distruggermi: devo stare attento anche se cammino a piedi in un senso unico – ironizza – Negli anni mi sono dovuto difendere da un’accusa di abuso edilizio inesistente e da intercettazioni che in realtà coinvolgevano un mio omonimo”.
La grande questione rimane come si può sconfiggere il sistema mafioso. Per l’imprenditore nella lotta alla mafia manca all’appello la società civile: “Il vero problema è l’indifferenza delle persone perché chi tace è complice, ma se dovessimo scagliare pietre contro tutti i collusi non basterebbero le pietre. E allora dobbiamo educare alla legalità, sconfiggere la mafia da un punto di vista sociale. Non è normale, per fare un esempio, che il boss mafioso di turno sia in prima fila nelle processioni religiose del paese con il parroco e il prete”.
Dopo l’arresto di Matteo Messina Denaro, qualcosa, in questo senso, secondo Clemenza, sta iniziando a cambiare: “La cattura del boss ha contribuito in parte a calare il velo di omertà e connivenza delle persone, questa cappa, questo torpore mafioso che c’era nell’aria. È necessario che sempre più persone si convincano di affermare che il mafioso è un uomo di mer*a, che la mafia è una montagna di mer*a”.
Clemenza continua a produrre olio insieme ai soci dell’azienda agricola Futura basata su un’agricoltura naturale che tutela la biodiversità del territorio e l’etica del lavoro: “Ognuno può fare il suo piccolo gesto nella battaglia per la legalità anche attraverso il consumo critico, scegliendo di acquistare da produzioni etiche”. Un’economia pulita, insomma, che può andare dalla spesa alimentare ai viaggi. Nicola Clemenza collabora anche con Addiopizzo, cooperativa sociale e tour operator che propone turismo etico e che si appoggia a fornitori che non pagano il pizzo, titolari di alberghi e bed&breakfast, ristoranti, aziende agricole e agenzie di trasporti che hanno fatto una scelta coraggiosa di ribellione alla mafia. La stessa scelta che può fare ognuno di noi.
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