Nigeria, Eni raggiunge un accordo con la comunità di Aggah colpita dagli allagamenti

Eni costruirà nuovi drenaggi nella comunità di Aggah, per far fronte agli allagamenti del villaggio. Intanto spunta una perdita di greggio

Sembra finalmente giunta a una svolta l’odissea degli abitanti di Aggah, nel Rivers state, in Nigeria, afflitti per anni da devastanti allagamenti. La risposta dovrebbe arrivare dalla costruzione di nuovi drenaggi realizzati dalla compagnia petrolifera italiana Eni, che i residenti ritengono responsabile delle inondazioni. Sarebbero infatti gli impianti e le infrastrutture viarie costruite in alcune aree del giacimento di Mgbede dalla Nigerian Agip oil company (Naoc), controllata locale di Eni, a impedire il fluire libero delle acque piovane. Da qui, le inondazioni nel villaggio e nei campi che da anni si traducono nella distruzione di raccolti, beni e abitazioni, persino perdite di vite umane, oltre ad un peggioramento dello stato di salute delle persone dovuto all’insalubrità dell’area.

 

Oggi l’intera comunità esce rafforzata da questo successo importante, giunto al termine di una lunga negoziazione con la multinazionale, che ha coinvolto tutti i residenti sotto la guida dal pastore religioso nonché leader locale Nicholas Evaristus e ha aperto un canale di comunicazione tra le due parti.

Dopo molti anni di tentativi infruttuosi, due anni fa Evaristus ha presentato un’istanza presso l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) nei confronti della compagnia petrolifera italiana con l’obiettivo di negoziare una compensazione per questi ricorrenti disastri ambientali che hanno ripercussioni gravi sulle condizioni economiche e sociali delle persone.

La via che si è deciso di intraprendere non prevede il coinvolgimento di giudici, ma piuttosto un confronto volontario attraverso l’intervento di un conciliatore che agisce in base alle linee guida dell’Ocse volte ad una gestione delle attività imprenditoriali e multinazionali che rispettino i diritti umani. Il procedimento non implica che sia accertata la responsabilità di una delle parti ed Eni non ha mai ammesso la propria, però ha accettato di realizzare gli interventi richiesti.

Una perdita di petrolio nelle ultime settimane

A smorzare l’ottimismo derivante da questa parziale vittoria, il 14 ottobre si è verificata una nuova perdita di petrolio dall’impianto petrolifero che ha costretto Naoc a chiudere il flusso di greggio. Stando a quanto ha riportato il pastore Evaristus da Aggah “un mese dopo l’incidente, a seguito di una prima operazione di contenimento non erano ancora iniziate le attività di bonifica”. Ci spiega che il petrolio si è riversato nelle acque del fiume Nkisa e ha colpito le comunità di Aggah, Ekpe Aga, Mgbede, Ebocha, Okwuzi, Ukpazizi, e Ekpe Mgbede. “Per almeno due settimane il petrolio ha continuato ad uscire, lo vedevamo ribollire”, ha aggiunto Evaristus.

L’istanza presentata all’Ocse

Torniamo al problema degli allagamenti, che hanno fatto crescere negli anni l’insofferenza della comunità nei confronti di Naoc e di una situazione di sofferenza, povertà e morte in un luogo dove le risorse naturali, in particolare il petrolio, portano tutt’altro che ricchezza e benessere.

L’Ocse non era obbligata a dar seguito alla richiesta presentata da Nicholas Evaristus ma nell’accettare l’istanza si è attenuta alle indicazioni delle linee guida stesse che richiedono di appurare che il tema sia solido e che sia evidente una relazione tra l’attività della compagnia petrolifera e il problema specifico sollevato dagli abitanti. Inoltre, ultimo ma non meno importante, considerare quanto l’accoglimento di questo caso specifico potesse giovare all’avanzamento delle linee guida e contribuire a modellare un’attività imprenditoriale rispettosa dei diritti umani.

L’accordo tra Eni e comunità locale è un successo raro

Il risultato raggiunto ad Aggah è un successo per diversi motivi. Intanto perché la casa madre di una multinazionale italiana è stata chiamata a rispondere dell’attività svolta dalla propria controllata su un territorio extra-europeo secondo le regole europee, il che significa capitalizzare l’etica, le leggi e le raccomandazioni dei nostri ordinamenti, nate da decenni di lotte per i diritti umani. Infatti è proprio su questo che l’organizzazione Advocates for community alternatives, ong internazionale che assiste il pastore Evaristus, ha voluto puntare: gli allagamenti esulano dall’ambito del semplice danno ambientale, ma mettono a rischio i mezzi di sostentamento della comunità stessa, violandone i diritti umani.

Leggi anche: La compagnia petrolifera Eni accusata (in Italia) di causare inondazioni in un villaggio nigeriano

Ma il successo riguarda anche le modalità con cui si è giunti a questo risultato: non capita spesso che una istanza Ocse porti a una soluzione negoziale in cui le due parti collaborano. Eppure è proprio questo a cui le linee guida puntano, a sviluppare lo spirito collaborativo e di rafforzamento delle comunità.

Il conciliatore ha sottolineato infatti la necessità che le due parti continuino a collaborare con lo stesso spirito dimostrato durante la negoziazione e che la realizzazione delle direttive contenute nell’accordo siano considerate come “la base per una collaborazione in buona fede, che permetta loro di far fronte alle conseguenze personali e socio-economiche degli allagamenti, in particolare per quanto riguarda la salute e le opportunità di lavoro”.

I termini dell’accordo sono stati resi pubblici solo nel mese di ottobre di quest’anno, ma la negoziazione si è conclusa a luglio. Al momento gli esperti hanno realizzato i sopralluoghi per i nuovi canali ma non è iniziata alcuna costruzione – sebbene l’accordo dicesse che i lavori dovessero iniziare prima dell’inizio della stagione delle piogge. La comunità ne verificherà l’avanzamento e l’efficacia collaborando così alla buona riuscita dei lavori. In caso il risultato non sia quello sperato, si discuterà una soluzione alternativa.

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