L’Onu ha pubblicato il World Ocean Assessment, corposo rapporto sullo stato di salute degli oceani, che costituisce di fatto un appello per salvarli.
Ogni anno spariscono trentamila specie viventi: la più rapida estinzione nella storia della Terra. Il paleontologo Niles Eldredge lancia l’allarme.
“Noi umani siamo
più distruttivi del cataclisma che annientò i
dinosauri. E io voglio farlo capire alla gente, sperando che senta
l’esigenza di fare qualcosa”. Lo afferma con decisione il
paleontologo americano Niles Eldredge.
Il pubblico lo conosce soprattutto per il sodalizio con Stephen Jay
Gould, lo studioso dell’evoluzione recentemente scomparso, con cui
ha elaborato trent’anni fa la cosiddetta teoria degli “equilibri
punteggiati”, un’interpretazione moderna del darwinismo che
considera l’evoluzione non un processo graduale, ma un alternarsi
di lunghi periodi di stabilità seguiti da fasi in cui
diversi fattori – soprattutto ambientali – provocano l’estinzione
di alcune specie e ne generano di nuove. Ma Eldredge è anche
il creatore della Hall of Biodiversity, una mostra permanente sulla
biodiversità e i pericoli che la minacciano realizzata
all’American Museum of Natural History.
Professor Eldredge, il suo ultimo libro cerca di far dialogare
discipline diverse…
E’ indispensabile se vogliamo davvero capire come si è
evoluta la vita sul nostro pianeta: il guaio è che
l’universo e le creature che lo popolano sono regolati da leggi
più complesse di quelle che piacerebbero a molti dei miei
colleghi scienziati.
Una descrizione che fa pensare alla vecchia “ipotesi Gaia”
proposta da James Lovelock e Lynn Margulis, che vedeva la Terra
come un unico sistema fisiologico.
Non condivido un punto di vista così radicale, ma se usiamo
il termine Gaia per ricordare che tutti gli ecosistemi sono
interconnessi, e che ci troviamo all’interno di un complesso
sistema energetico globale di cui la vita fa parte, non posso non
essere d’accordo. Il problema è che oggi nessuno studioso,
per quanto brillante, è in grado di seguire in prima persona
i progressi delle diverse discipline per compiere questo tipo di
sintesi.
E’ una critica ai riduzionisti come Richard Dawkins?
Affermare come fa Dawkins che l’evoluzione serve solo ai geni per
riprodurre se stessi è come dire che il progetto per
costruire un’automobile è più importante
dell’automobile stessa. Sto finendo di scrivere un saggio
intitolato “Why people have sex, and other misteries”
(Perché facciamo sesso, e altri misteri) proprio per
ricordare che non siamo al mondo solo per fare bambini, come
pensano la chiesa e i biologi evoluzionisti, e che la riproduzione
è regolata anche da altri fattori. Senza contare che alcune
specie, la nostra, per esempio, non fanno sesso solo a scopo
riproduttivo.
Lei ha abbandonato gli studi sui fossili per dedicarsi a
problemi di più ampio respiro, come la biodiversità o
l’esplosione demografica. Cosa l’ha spinta?
La situazione di emergenza in cui viviamo. E’indispensabile
prendere misure drastiche, per arrestare l’estinzione di tante
specie, che potrebbe avere conseguenze gravissime sia dal punto di
vista ambientale che da quello evolutivo. Risolvere i problemi
più urgenti, come la scarsa disponibilità di acqua
potabile, l’inquinamento di fiumi e oceani che sta depauperando
riserve preziose. E soprattutto chiediamoci: quanti abitanti
possono sopravvivere su questo pianeta? 10mila anni fa, quando
cominciò a diffondersi l’agricoltura, la terra era popolata
da sei milioni di individui, oggi siamo sei miliardi.
Abbiamo raggiunto la saturazione?
E’ stato calcolato che sulla terra potrebbero sopravvivere 13
miliardi di persone. Naturalmente dipende cosa si intende per
“sopravvivere”: se pensiamo al tenore di vita di un americano
medio, anche i sei miliardi attuali sono troppi. Qualche segnale
positivo però c’è: in alcuni paesi, tra cui l’Italia,
la crescita si è fermata – e l’invecchiamento della
popolazione pone altri tipi di problemi – ma anche in India le
nascite stanno diminuendo, grazie al miglioramento delle condizioni
di vita e alla diffusione dell’istruzione, soprattutto tra le
donne.
E negli Stati Uniti?
La nostra è una politica ambientale pessima. Ma non
c’è da stupirsi, visto che sono le compagnie petrolifere a
governare il paese.
Abigaille Barneschi
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