Come questa pandemia starebbe accelerando la transizione energetica

La pandemia da Covid-19 potrebbe accelerare la transizione energetica “costringendo” a diversificare la produzione. I casi delle maggiori compagnie petrolifere.

“Le ricadute della pandemia da Covid-19 accelereranno il passo della transizione verso un’economia a minore intensità di emissioni”. Le parole di Bernard Looney, amministratore delegato della compagnia petrolifera Bp, trovano forma nei numeri del secondo trimestre diffusi dalla multinazionale con sede a Londra. La Bp è una delle sette compagnie petrolifere più grandi al mondo e ha registrato una perdita netta di 16,8 miliardi di dollari a causa del coronavirus. Per questo ha deciso di tagliare i dividendi a 5,25 centesimi di dollaro per azione, ossia di ridurre il pagamento delle quote agli azionisti. È la prima volta in dieci anni.

Come le compagnie petrolifere fanno i conti con la Covid-19

Con la Covid-19 si è creato “un ambiente commerciale instabile e sfidante”, ha commentato tramite una nota stampa la compagnia petrolifera. “Le prospettive per i prezzi delle materie prime e la domanda di prodotti rimangono difficili e incerte”, ha proseguito. Già a giugno la Bp, che fino al 2001 era la British petroleum, ma che oggi preferisce lo slogan Beyond petroleum, oltre il petrolio, preannunciava “un impatto duraturo della pandemia sull’economia globale, con la possibilità di una domanda di energia più debole per un periodo prolungato”.

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Secondo l’amministratore delegato della British Petrolium, Bernard Looney, è questo il momento per “abbracciare la transizione energetica”. A maggio dimezzati i dirigenti della compagnia petrolifera © Oli Scarff/Getty

Fonti fossili? “Keep it in the ground”

Un fattore che, unito al calo del prezzo del petrolio, vissuto quando il mondo era fermo e i barili rimanevano nei siti di stoccaggio, sembra aver dato una spinta alla transizione energetica. Alcune delle maggiori paure delle compagnie petrolifere, la perdita di valore delle licenze esplorative oltre che dei giacimenti e delle infrastrutture già in produzione, si vanno concretizzando.

La “convenienza” delle fonti fossili, dunque, sfuma mentre si fa più tangibile quella delle risorse rinnovabili più consolidate, con il fotovoltaico che fa da apripista. Già nel 2015, l’economista Spencer Dale, oggi in Bp, in un documento pubblicato sul sito dell’azienda aveva previsto che non avremmo smesso di attingere alle riserve mondiali di petrolio come risposta alla crisi climatica. 

Cinque anni dopo sembra essere arrivata la conferma, complice l’emergenza sanitaria globale e un cambio di mentalità che sta portando le giovani generazioni a modificare il proprio approccio culturale, favorendo la condivisione e il riutilizzo delle risorse a discapito del loro possesso, il rispetto e la consapevolezza verso il Pianeta invece dell’indifferenza.

Il caso della Bp non è l’unico. Altre compagnie tra le più grandi al mondo stanno facendo i conti con l’emergenza sanitaria.

Gli stranded asset compaiono nel bilancio di Total

Per la prima volta nella storia, una compagnia energetica ha citato nel proprio bilancio gli stranded asset. È un termine che rappresenta le risorse attive ma non utilizzabili, ossia le riserve di combustibili fossili che non sono considerate sostenibili per l’ambiente e rischiano di determinare perdite economiche nelle aziende. Si tratta della compagnia francese Total che nel secondo trimestre del 2020 ha registrato svalutazioni per 5,1 miliardi di dollari. Queste risorse non utilizzabili sono le sabbie bituminose del Canada, altamente costose e inquinanti, a rischiare di rimanere inutilizzate. Considerato anche che entro il 2050 la major energetica promette di cambiare volto e di azzerare le emissioni di CO2.

Il tonfo di Shell e la virata di Eni per il coronavirus

Anche Shell ed Eni fanno i conti con il coronavirus. Per la compagnia anglo-olandese il tonfo è rumoroso: tra aprile e giugno 2020 la perdita netta è di 18,1 miliardi di dollari. 

La major italiana nei primi sei mesi dell’anno ha perso 7,34 miliardi di euro, complici anche i tagli alla produzione fissati dall’organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (Opec) e la minore domanda di gas, in primo luogo dall’Egitto. 

Per attutire la caduta, Eni ha rivisto la politica dei dividendi fissando per tutto il 2020 una componente fissa, di 36 centesimi di euro ad azione rapportata al costo del barile di 45 dollari, e una componente variabile, proporzionale all’aumento del prezzo fino a 60 dollari. In più, taglierà investimenti e costi: nel 2020 si parla di 5 miliardi di euro, l’anno successivo di 3,8.

Intatte, invece, le risorse destinate ai progetti green, tra cui le bioraffinerie: tra il 2021 e il 2025 rappresenteranno il 17 per cento del totale, contro il 12 previsto. Al progetto di decarbonizzazione l’azienda ha destinato 1,8 miliardi di euro che saranno ripartiti, tra l’altro, tra la riduzione delle emissioni di gas serra di tutte le attività e un portafoglio a ridotto contenuto di carbonio. L’augurio è che le promesse delle compagnie petrolifere, al di là delle misure prese per fronteggiare la Covid-19, si trasformino in fatti e allontanino lo spettro del greenwashing.

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