Cos’è il petrolio da sabbie bituminose

In Canada si trova la maggior parte delle sabbie bituminose del pianeta, da esse si ricaverà il petrolio per i prossimi decenni.

È il petrolio da sabbie bituminose il nuovo oro nero. Una
riserva che Exxonmobil e BP stimano in circa 170 milioni di barili
e che nel 2040 coprirà il 25 per cento della domanda di petrolio del
Nord e del Sud America. Una produzione che nel corso dei prossimi
due decenni crescerà più del doppio, passando da

1,5 milioni di barili al giorno a 3,7 – 5,4 milioni
di barili
al giorno.

20100827-canada1-foto-fullLa distruzione della foresta boreale © Jiri Rezac/Greenpeace

Cos’è, da dove viene e dove si trova

Il bitume, una sorta di petrolio denso è viscoso, simile nel
colore e nell’odore, si trova in natura miscelato in diverse
percentuali a sabbia, acqua e argilla. Ci sono due teorie
principali che ne spiegano la formazione: una prevede che provenga
da petrolio degradato nel tempo da microragnismi fino a
trasformarlo in bitume, mentre l’altra prevede che si sia evoluto
da enormi giacimenti di scisti bituminosi (una roccia estremamente
organica) formatisi durante il Cretacico. Comunque una riserva
enorme di carbonio, testimone dell’antica vita sul pianeta.

La maggior parte delle sabbie bituminose del pianeta sono
localizzate in una sola regione del Canada, precisamente in
Alberta, nell’area dove scorre il fiume Athabasca e nell’area del
Cold Lake. Altre riserve si trovano in Russia, Kazakistan e minori
in Madagascar.

20100827-canada1-foto1-fullCosa resta della foresta dopo l’estrazione. © Jiri Rezac/Greenpeace

Come si ricava

Per estrarlo si utilizzano principalmente due metodi, che dipendono
dalla profondità a cui si trovano le miniere. Se a cielo
aperto, la sabbia viene estratta da escavatori subito al di sotto
dello strato di torba dell’area umida circostante. Una volta
trasportata viene mescolata ad acqua calda e NaOH (soda caustica) e
da qui viene estratto il bitume.

Se sotterraneo, il bitume viene estratto o pompando all’interno del
vapore (il cosidetto Cycle Steam Stimulation) o con un sistema
denominato SAGD, ovvero drenaggio per gravità assistito dal
vapore, dove il vapore, alimentato attraverso condutture
sotterranee, permette di liquefare il bitume nelle sabbie
circostanti, quando viene rilasciato. I principali elementi
utilizzati sono quindi l’acqua e i solventi.

Le conseguenze

Il petrolio viene così estratto utilizzando enormi
quantità d’acqua provenienti per la maggior parte dal fiume
Athabasca, oltre al fatto che vengono liberati in atmosfera gas ad
effetto serra e metalli pesanti come cobalto, nichel, vanadio,
piombo, mercurio, cromo e altri.

Secondo i dati forniti da
Greenpeace Canada
, ma anche da altre associazioni ambientaliste
come 350.org e Patagonia, ogni anno il fiume viene depauperato di
370 milioni di metri cubi di acqua, pari al doppio della domanda
dell’intera città di Calgary (con una popolazione di circa
1.300.000 individui). Acqua che finisce in vasche di decantazione.

Secondo Exxonmobil
, il suo utilizzo è stato ridotto del
30%, utilizzando la stessa acqua presente nelle sabbie.

Non è l’acqua il solo effetto collaterale. Basta guardare le
immagini da satellite (sopra), per vedere che una larghissima fetta
di foresta boreale e di aree umide, è stata letteralmente
spazzata via. D’altro canto, sempre Exxonmobil, ha previsto la
piantumazione di circa 800 mila piante, tra alberi e arbusti,
ripristinando un’area di circa 600 mila ettari.

Un’estrazione problematica, tanto da rendere questo petrolio,
definito anche “non convenzionale”, una risorsa ad alta emissione
di CO2. Si calcola che l’anidrice carbonica prodotta ammonti al 20%
in più rispetto all’estrazione del petrolio tradizionale.

Immagine di copertina via obiter-dicta.ca
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