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Un gruppo di donne indigene hanno partecipato a un sit-in davanti al palazzo del presidente dell’Ecuador per chiedere la sospensione dello sfruttamento minerario e petrolifero della foresta amazzonica.
Sono venute dal cuore della selva amazzonica ecuadoriana fino alla capitale dell’Ecuador Quito per chiedere udienza al presidente della Repubblica Lenín Moreno e consegnargli personalmente un documento con 22 punti che racchiude le loro richieste: basta alle attività petrolifere e minerarie nella foresta che portano distruzione, inquinamento e violenza, rispetto per le popolazioni indigene e la propria cultura. Tutt’altro che generiche o utopiche, le richieste sono circostanziate e mettono in luce i numerosi conflitti ambientali e sociali che lo sfruttamento della foresta da parte dell’industria estrattiva genera.
A pochi giorni dall’apertura da parte del governo di un bando per l’assegnazione di nuove concessioni che si concluderà a giugno, al fine di raccogliere denaro e investimenti esteri, le popolazioni indigene hanno detto basta.
Erano alcune decine in Piazza Grande, a Quito. Donne, molte, con i loro bambini, arrivate il 12 marzo dalla provincia di Pastaza e dal sudest del Paese, dove vivono molte popolazioni indigene, raccolte in una federazione Confeniae per tutelare i propri diritti e lottare per la propria autodeterminazione. Nella provincia ci sono settori che si raggiungono solo con tre giorni di cammino o 45 minuti di volo, racconta Zoila Castillo, queste donne hanno fatto viaggi lunghi con canoe a motore o a piedi e sono rimaste in piazza aspettando un incontro. Alla fine, dopo dieci giorni, l’hanno ottenuto. Il presidente si è mostrato aperto al dialogo ma ha anche ammesso che è difficile pensare che ci possa essere un mondo senza petrolio o miniere.
I loro cartelli recitano “Basta compagnie petrolifere”, “Il petrolio sotto terra”, “I soldi del petrolio sono corrotti”. Chiedono che “i territori e i popoli indigeni siano dichiarati liberi dalle attività estrattive come impianti petroliferi, minerari, idroelettrici e attività volte al prelievo di legname”.
Una delle portavoce delle donne amazzoniche, Nina Gualinga, chiede più rispetto per le organizzazioni indigene perché è in atto un processo di discredito e criminalizzazione dei difensori della natura che ha portato a diverse minacce. Anche i procedimenti di previo consenso libero e informato, obbligatori nei confronti delle comunità che occupano le aree interessate dalle infrastrutture, sono “bugie, inganni e manipolazioni”, sostiene, non garantiscono i diritti delle comunità e non sono all’altezza degli standard internazionali.
Il documento contiene anche richieste legate ai diritti delle donne che nelle zone di estrazione sono sottoposte a violenze e a causa della distruzione dell loro habitat perdono sostentamento e lavoro. Anche la continua militarizzazione delle zone interessate da sfruttamento delle risorse, aumenta l’incidenza delle violenze di genere.
Mandano avanti la famiglia, hanno saperi antichi, e un ruolo importante nella comunità ma tutto questo non viene riconosciuto, e le loro persone, così come il loro ruolo, non vengono rispettate davanti agli interessi delle compagnie.
“Lo stato continua a sfruttare il territorio, sempre di più. Ormai è completamente contaminato, ci sono malattie, prostituzione, abuso di droga e alcol e tutto questo per mancanza di lavoro. Non c’è lavoro”, spiega Zoila Castillo. E senza mezze parole Catalena Chumpe, un’altra rappresentante delle donne in piazza ci dice che “gli uomini si lasciano corrompere troppo facilmente, non ci fidiamo di loro. Meglio che veniamo noi personalmente a negoziare”.
Un altro motivo di preoccupazione è la continua criminalizzazione dei difensori dell’ambiente da parte del governo, che rende questo lavoro ancora più difficile e rischioso.
Le concessioni petrolifere e minerarie sono diffuse su tutto il territorio, divisi in lotti e coprono completamente tutta la parte orientale del Paese, quella coperto di foresta equatoriale, solcato da innumerevoli fiumi e ricchissimo di biodiversità. Le proteste sono anche contro la compagnia petrolifera italiana Eni (ex Agip). “Pastaza libera e sovrana senza Agip, bloque 10”, si legge su un cartello.
@SH_ECUADOR En el bloque 10 operado por Agip Oil Ecuador, los 17 pozos en operación arrojan un promedio diario de 9.870 BPPD. pic.twitter.com/CqsvfAQqxj — SH Ecuador (@SH_ECUADOR) October 26, 2016
La compagnia ha una concessione nel blocco 10 e il punto 7 del mandato dice esplicitamente: “Rifiutiamo con decisione l’espansione dell’operazione della compagnia Agip Oil, il blocco 10 nei campi Jimpikit e Morete Cocha nei territori di Kichwa, Sapara, Sarayaku, Shuar e Achuar.”
Osservando la mappa si nota che alcune concessioni coprono zone protette come quelle del parco nazionale Yasuní e la grande maggioranza sono nella zona della selva, culla di biodiversità. Anche l’oleodotto che esce dal blocco 10, in concessione ad Agip Ecuador, passa attraverso due aree protette e hotspot di biodiversità quali il Parque Nacional Sumaco-Galeras e la Reserva Cayambe-Coca.
Nel 2013 l’Assemblea nazionale dichiarò di interesse nazionale lo sfruttamento petrolifero dei blocchi 31 e 43 (Ishpingo, Tambococha, Tiputini), che si trovano all’interno del parco nazionale Yasuní, per richiesta espressa dell’ex-presidente Rafael Correa.
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Il mese scorso però c’è stata una consultazione popolare che ha in un certo modo invertito la marcia, con l’obiettivo di ampliare le zone cosi dette intoccabili all’interno del parco nazionale Yasuní, dove vivono popolazioni in isolamento volontario e ridurre la zona da sfruttare. Ai cittadini è stato chiesto: “Siete d’accordo ad incrementare la zona intangibile di almeno 50mila ettari e ridurre l’aera di sfruttamento petrolifero autorizzata dall’assemblea nazionale nel parco nazionale Yasuní da 1.030 a 300 ettari?”
La consultazione ha dato esito positivo, quindi un motivo di soddisfazione per chi vuole proteggere l’ambiente e le culture indigene, ma davanti alla mappa delle concessioni e alle proteste in atto questo risultato sembra una goccia nel mare: non si tratta infatti solo di proteggere quel parco nazionale o le comunità più remote. Le donne che sono venute a Quito chiedono che la foresta, la Madre Terra sia libera da industrie estrattive e ci sia rispetto per la cultura e addirittura l’esistenza delle numerose popolazioni indigene dai nomi che evocano storia, tradizione e anche un po’ di mistero: Andoas, Achuar, Shuar, Kichwa, Shiwiar, Sapara, Sarayaku, Siecopay, Siona, Cofan.
Nazioni che trattengono nelle proprie comunità saperi antichi e preziose soluzioni per la conservazione della foresta e per una coesistenza pacifica e armoniosa con la Pacha Mama.
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