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Il primo ministro Viktor Orbán, famoso per le sue spietate politiche migratorie, vince le elezioni in Ungheria assicurandosi due terzi dei seggi in parlamento. Questo cosa vuol dire per l’Europa?
Il primo ministro ungherese Viktor Mihály Orbán, 54 anni, ha vinto le elezioni di domenica 8 aprile aggiudicandosi il 49 per cento delle preferenze. Questo significa che il suo partito conservatore e nazionalista Fidesz – Unione civica ungherese dovrebbe assicurarsi in Parlamento ben 133 seggi su 199.
Il partito di estrema destra Jobbik (Movimento per un’Ungheria migliore) ha ottenuto solamente il 20 per cento dei voti, tanto che il leader Gábor Vona si è dimesso. Lo stesso ha fatto anche il leader del Partito socialista ungherese Gyula Molnar, dopo aver ottenuto soltanto il 12 per cento delle preferenze. Al quarto posto sono arrivati i Verdi, con una percentuale del 7 per cento.
L’affluenza è stata altissima, pari al 69 per cento, e in molti paesi dell’Ungheria i seggi sono rimasti aperti oltre le 19:00, orario previsto di chiusura. Ad aver votato Orbán sono stati soprattutto gli abitanti delle province e delle zone rurali; scarsi invece i consensi da parte dei giovani e dei cittadini della capitale Budapest. In carica dal 2010, il primo ministro si appresta ora a cominciare il suo terzo mandato (quarto, se consideriamo che ha governato anche dal 1998 al 2002) e ha detto che la sua vittoria darà agli ungheresi “la possibilità di difendersi e di difendere l’Ungheria”.
Viktor Orbán ha infatti intenzione di portare avanti le sue rigide politiche migratorie (ed euroscettiche). Nel 2016 ha promosso un referendum per chiedere ai cittadini se fossero favorevoli al piano di ripartizione dei rifugiati predisposto dall’Unione europea, in base al quale l’Ungheria avrebbe dovuto accoglierne soltanto 1.294 – su un totale di 160mila bloccati soprattutto in Italia e Grecia. Il quorum non è stato raggiunto, ma Orbán ha ripiegato su una legge che ha stabilito la detenzione dei richiedenti asilo in due campi situati al confine con la Serbia e inaccessibili ai giornalisti, per evitare che possano “spostarsi liberamente sul territorio nazionale e all’interno dell’Unione europea”. Inoltre, il governo ungherese ha completato la costruzione di una seconda barriera anti migranti, per impedirne l’ingresso da Serbia e Croazia.
Orbán ha ingaggiato una lotta contro le Organizzazioni non governative (Ong) che si occupano della tutela dei migranti e in particolare nel suo mirino è finito George Soros, un ricco imprenditore ungherese naturalizzato statunitense, ebreo sopravvissuto alle persecuzioni della Seconda guerra mondiale, che tramite le sue Open society foundations ed i finanziamenti a centinaia di Ong sostiene le minoranze, si batte per i diritti umani, promuove politiche di libera circolazione nei paesi dell’Est e si oppone a ogni genere di oppressione.
A febbraio di quest’anno Orbán ha presentato in Parlamento una proposta di legge denominata Stop Soros: se approvata, tutte le Organizzazioni non governative attive nell’assistenza ai rifugiati dovranno ricevere l’approvazione del ministero dell’Interno, che potrebbe negarla nel caso fossero considerate una “minaccia alla sicurezza nazionale”. Inoltre, è prevista l’introduzione di una tassa del 25 per cento sulle donazioni straniere a Ong che supportano le migrazioni in Ungheria.
Orban’s win in #Hungary election underscores fragility of democracy in eastern Europe – in @TheEIU 2017 Democracy Index, 17 out of 28 countries in eastern Europe saw democratic recessions, region has no “full democracies”. pic.twitter.com/845LdsF6a0
— Robert Ward (@RobertAlanWard) 9 aprile 2018
Gli oppositori hanno ribattezzato Orbán come “Viktator”. Qualche anno fa, l’allora vice caporedattore del quotidiano Magyar Nemzet, Péter Csermely, ha parlato di un “governo che prende per la gola la libertà di stampa” – nonostante il suo giornale sia vicino all’esecutivo. Quel che è certo è che l’Europa si sta colorando di sfumature sempre più nazionalistiche e l’atmosfera che si è creata è decisamente plumbea.
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