Pescatori e squali, vittime in lotta per la sopravvivenza sulle coste congolesi

Sulle coste della Repubblica del Congo, la caccia allo squalo è senza freni. Complici la pesca industriale che svuota i mari e il traffico illegale di pinne.

L’oceano Atlantico è in burrasca sulla lunga spiaggia di Songolo, il quartiere di pescatori di Pointe-Noire in Repubblica del Congo. Una sterminata distesa di piroghe è adagiata sulla sabbia sotto un cielo velato di nubi, illuminato appena dal disco arancione del sole che si appresta a tramontare all’orizzonte. Alcuni gruppi di marinai lottano tra le onde cercando di armare le loro barche per uscire in mare aperto, mentre sullo sfondo della costa sud si intravedono le luci delle gru del porto commerciale della capitale economica congolese.

A ridosso delle baracche di lamiera arrugginita del quartiere c’è il cantiere navale artigianale dove si riparano le “popo”e le “vili”, come vengono chiamate le piroghe congolesi. Tre uomini si affannano a far ripartire un motore, mentre altri rammendano delle reti. Uno, alto quasi due metri, impartisce ordini mentre sistema delle lattine di sardine in scatola.

Il beninois Alani Milagnawoe, capitano di una piroga di pescatori di quali di Pointe-Noire © Marco Simoncelli/LifeGate

“Poi sono arrivate le piattaforme petrolifere…”

“Siamo costretti ad usare queste perché quelle vive costano troppo. Comunque per i bestioni di cui ci occupiamo noi queste vanno più che bene. Ingoiano le scatolette intere e sentono l’odore da chilometri”. Alani Milagnawoe ha 42 anni ed è il capitano di una barca di pescatori di squali la cui popolazione è in calo drammatico da diversi anni. Il loro numero è diminuito del 71,1 per cento fra il 1970 e il 2018.

Ha iniziato ad andare in mare appena adolescente nel Benin, uno stato costiero dell’Africa occidentale. Quando iniziò a scarseggiare il pesce decise di trasferirsi qui in Congo in cerca di fortuna come altri colleghi. “Inizialmente queste coste erano ricche e riuscivamo a vivere bene, poi le cose sono cambiate. Sono arrivate le piattaforme petrolifere e i pescherecci industriali che ci hanno tolto spazio. Dobbiamo andare sempre più lontano per non tornare a mani vuote e non rischiare di essere speronati”, spiega un po’ abbattuto nonostante sia molto rispettato dal suo equipaggio. “Il pesce non era più sufficiente e non riuscivo nemmeno a portare da mangiare i miei figli la sera. È stato per questo che abbiamo cominciato a pescare gli squali”.

Le condizioni di vita della comunità di pescatori di Songolo è precaria. Non esistono fogne, né ospedali e scuole. Il quartiere è nato da un villaggio fondato dall’etnia bantu dei Vili arrivata dal vicino Gabon. In seguito con l’espansione demografica ed economica di Pointe-Noire si è sovrappopolato con l’arrivo di tantissimi migranti pescatori di Benin, Nigeria e Ghana. Le donne sono tutte impegnate nella trasformazione del pesce che affumicano o essiccano per poi venderlo nei mercati o inviarlo a Brazzaville. Nell’aria c’è sempre fumo, o per il pesce o per i rifiuti che non si riesce a smaltire in altro modo. La sabbia somiglia a cenere, mentre le lamiere delle case e delle rimesse dove dormono molti pescatori sono nere come il carbone.

Tutto questo stona con il centro città di Pointe-Noire e la Côte sauvage con i suoi alberghi e ville di lusso, oltre alle sedi delle multinazionali petrolifere Total ed Eni. Dagli anni Ottanta la città ha vissuto un boom economico proprio grazie agli enormi giacimenti di petrolio al largo delle sue coste, con una produzione media di 340mila barili al giorno. La Repubblica del Congo è considerata il terzo produttore di petrolio d’Africa, un settore rappresenta il 90 per cento delle sue esportazioni e più della metà del suo prodotto interno lordo (pil).

Al calar del buio la gente di Songolo può addirittura vedere in lontananza le luci delle piattaforme. Di tutta quella ricchezza hanno ricevuto ben poco così come tutto il popolo congolese. Il Paese è al 165esimo posto per indice di corruzione secondo la classifica di Transparency International del 2021. L’élite politico-economica congolese è stata coinvolta in diversi scandali e continua a svendere le sue risorse all’interno del suo territorio così come di fronte ai suoi 169 chilometri di costa, strizzando l’occhio in particolare alla Cina che continua ad aiutare “filantropicamente” il governo di Brazzaville evitando di farlo soffocare nel suo enorme debito pubblico.

La sabbia insaguinata del Congo

Sulla spiaggia di Songolo la marea è bassa ed è l’ora dello scarico del pesce per alcune delle piroghe che attendevano in rada dopo una settimana trascorsa in mare aperto. Una grande “popo” viene accostata alla riva. L’equipaggio di dodici uomini è rientrato da una battuta di pesca allo squalo. Dal ventre della barca enormi squali di oltre 100 chili vengono fatti uscire e poi trascinati sulla riva, molti sono squali martello, squali volpe e squali seta. Tutte specie a rischio. Man mano i marinai più giovani iniziano a portare a riva cassette piene di squali di taglia più piccola, molti sono quasi neonati.

Compravendita di squali sulla spiaggia di Songolo. Pointe-Noire, Repubblica del Congo © Marco Simoncelli/LifeGate

I pesci vengono adagiati su dei teli di plastica attorno ai quali inizia ad affluire la gente per dare una prima occhiata e iniziare l’asta. I più grandi vengono adagiati su delle carriole e poi sospinti sul bagnasciuga fino al mercato poco distante. È un massacro se si pensa che ogni barca può pescare tra 400 e 1.000 squali.

In queste coste lo squalo viene pescato da sempre, soprattutto per il consumo locale. La carne è apprezzata e venduta essiccata nei mercati o consumata nelle locande delle banlieu cittadine. Fino agli anni Ottanta la pesca allo squalo era accidentale. Poi, l’arrivo degli operai asiatici che lavorano nelle piattaforme petrolifere e quelli, per lo più cinesi, impiegati nella pesca industriale, ha fatto nascere nuovi mercati. Le pinne si squalo sono molto apprezzate da alcune cucine in Sudest asiatico e in Cina dove una zuppa di pinna può arrivare a costare centinaia di dollari americani.

Negli anni si è sviluppato un business legato al commercio di pinne e così la cattura di uno squalo è divenuta un’opzione più lucrosa per i pescatori artigianali. Contemporaneamente nelle acque congolesi le piroghe sono aumentate così come le barche industriali e il pesce ha iniziato a scarseggiare, fino a quando le comunità hanno iniziato a dipendere sempre di più dagli squali anche per il consumo interno. Così la pesca accidentale si è trasformata in “mirata” e sono nate le piroghe specializzate nella caccia allo squalo.

Decine di squali di varie specie vengono trasportati al mercato del pesce di Fosea, sulla spiaggia di Songolo a Pointe-Noire © Marco Simoncelli/LifeGate

Il dramma degli squali

La situazione è grave, come denunciato nel 2020 dalla ong Traffic. Nel 2017 il 95 per cento degli squali pescati in Congo (pari a 1.766.589 chilogrammi) provenivano dalla pesca artigianale e rappresentavano il 32 per cento del pescato artigianale. Nel Paese vengono pescate regolarmente 42 specie diverse di squali e razze, tra cui sette quelle di squalo presenti nella lista della Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione (Cites) e considerate a rischio dall’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn). Tra il 2007 e il 2017 in Congo sono state pescate oltre 10mila tonnellate di squalo martello smerlato, specie seriamente in pericolo.

Il rapporto denuncia la mancanza di regole e quindi di controlli da parte delle autorità congolesi che, pur avendo aderito a diverse convenzioni internazionali sulla conservazione e gestione della fauna ittica, non hanno adottato una legislazione coerente e il traffico illegale di pinne di squalo è fuori controllo. Nei dati nazionali sulla pesca e delle dogane non compaiono esportazioni di pinne, sebbene a Hong Kong, il più importante mercato al mondo di questo tipo di prodotti, siano stati registrati 131.594 chilogrammi di pinne provenienti dal Congo tra il 2005 e il 2019 di cui una buona fetta erano di specie iscritte alla lista Cites.

“Come si possono effettuare controlli se non abbiamo neppure dati ufficiali sulla pesca eccessiva e a Pointe-Noire la guardia costiera dispone di una sola motovedetta per verificare che non si peschi nelle aree vietate?”, si chiede Jean-Michel Dziengue, capoprogetto dell’ong ambientalista congolese Bouée Couronne.

Secondo l’attivista, in una zona marittima dove dovrebbero essere rilasciate al massimo una trentina di licenze a navi industriali, ci sono ben 110 pescherecci a navigare per lo più cinesi (dato confermato anche da Traffic) e le piroghe sono più di 700.

“Siamo in troppi. Molto semplice. Inoltre mentre la costruzione delle numerose piattaforme petrolifere riduceva di due terzi la zona di pesca artigianale, i pescherecci iniziavano ad andare a pescare anche nelle aree di riproduzione. Ogni giorno vediamo pesci sempre più piccoli nei mercati”. Per Dziengue l’esplosione di pesca allo squalo è stata una conseguenza logica in Congo anche perché il traffico illegale di pinne è favorito dalla presenza delle numerose comunità di immigrati di altri paesi africani “che con i loro canali fanno uscire la merce facilmente dal Paese verso l’Africa occidentale, soprattutto in Benin, da dove partono verso Hong Kong o il Vietnam”.

Poi conclude: “I pescatori sono all’angolo e si salvano come possono. Non possono capire che così non resterà più nulla”.

Jean-Michel Dziengue (a destra), dell’Ong ambientalista congolese Bouée Couronne, cammina con alcuni colleghi nel quartiere Songolo di Pointe-Noire © Marco Simoncelli/LifeGate

Uno studio pubblicato lo scorso settembre sulla rivista Current Biology ha lanciato l’allarme sul fatto che un terzo delle specie di squali e razze è a rischio estinzione a causa della pesca, un numero che è raddoppiato negli ultimi dieci anni.

Questi i dati mondiali; ma avere un’idea di ciò che accade sulle coste africane resta difficile come afferma il biologo senegalese Diop Mika Samba, tra i pochi esperti africani impegnati nello studio della pesca allo squalo sulle coste atlantiche.

“Sappiamo che in Africa occidentale la popolazione è in declino vertiginoso, ma su ciò che avviene sulle coste dell’Africa centrale siamo senza dati”. Secondo lo scienziato se il numero degli squali viene ridotto drasticamente viene sconvolto l’equilibrio dell’ecosistema marino “perché scompare il ‘gendarme del mare’ in cima alla catena alimentare, che controlla la proliferazione di altre specie”.

Il biologo senegalese Diop Mika Samba, nel suo ufficio a Dakar, in Senegal © Marco Simoncelli/LifeGate

Al biologo fa eco Renaud Bailleux, responsabile dei programmi marini e costieri dello Iucn in Africa Occidentale e Centrale affermando che i mari di questa regione potevano essere considerati tra i più ricchi di fauna ittica al mondo, oggi non è più così. “Nel frattempo aumenta la popolazione di giovani che non trovano altro impiego al di fuori della pesca. I pescatori africani sanno bene che se prendono i pesci piccoli è un disastro, ma continuano perché se tornano senza niente, muoiono di fame”. Per Bailleux se non si limiterà drasticamente la pesca industriale europea e cinese in Africa e non si faranno investimenti per fornire alternative ai giovani “arriverà presto il giorno in cui non ci sarà più pesce. Il declino degli squali è solo un primo segno”.

Un grande squalo seta femmina appena acquistato all’asta nel grande marché du Oui di Pointe-Noire © Marco Simoncelli/LifeGate

Il sole è tramontato sulla spiaggia di Songolo. La luce si affievolisce mentre Alani Milagnawoe e il suo equipaggio si preparano a spingere la loro piroga nell’oceano. Prima di partire il capitano, scuotendo il capo, ci tiene a dire: “Ci aspetta un’altra dura lotta. Gli squali si pescano di notte al freddo. Quando si tirano su le reti, se non si sta attenti si rischia di essere addentati mentre si dimenano”. Ciò che sta avvenendo sulle coste congolesi  non è altro che una lotta per la sopravvivenza. “O noi o loro”. Da una parte c’è una specie millenaria a rischio, dall’altro i pescatori artigianali che svolgono uno dei mestieri più duri al mondo. In alto mare per settimane senza sicurezza e lontani da tutto.

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