Petrolio, Donald Trump vuole trivellare nel 90% dei mari americani

L’annuncio è arrivato il 4 gennaio dal governo di Washington: saranno concesse 47 nuove autorizzazioni per trivellazioni offshore alla ricerca di gas e petrolio.

A quasi otto anni dal tragico incidente della Deepwater Horizon – la piattaforma petrolifera della compagnia British Petroleum esplosa nel 2010 nel golfo del Messico, causando una delle peggiori catastrofi ambientali della storia degli Usa (nonché undici vittime) – l’amministrazione di Washington si appresta a rilanciare in pompa magna le esplorazioni offshore alla ricerca di idrocarburi.

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Il segretario di stato americano alle Risorse naturale, Ryan Zinke © George Frey/Getty Images

Si cercherà petrolio dall’Alaska alla California

A confermarlo è stato il 4 gennaio 2018 il segretario di stato alle Risorse naturali, Ryan Zinke, in una conferenza stampa telefonica. Quello deciso dal governo di Donald Trump è un piano su larghissima scala, che coprirà la quasi totalità delle acque territoriali degli Stati Uniti, comprese quelle al largo di California e Florida. E che non risparmia la regione artica, come già annunciato nello scorso mese di novembre 2017, quando è stata concessa – dopo anni – la prima nuova autorizzazione alla trivellazione, ottenuta dalla compagnia italiana Eni.

Con l’annuncio di Zinke, l’amministrazione americana avvia dunque uno smantellamento totale delle decisioni assunte dal precedessore di Donald Trump, Barack Obama. Quest’ultimo, proprio dopo la catastrofe del 2010, decise infatti di imporre regole, restrizioni e paletti alle esplorazioni petrolifere. A partire dal 2019, si potrà invece ricominciare a considerare praticamente tutto il mare che bagna le coste statunitensi prima di tutto come un potenziale giacimento.

Diciannove autorizzazioni quinquennali in Alaska

Le nuove concessioni dovrebbero riguardare infatti il 90 per cento delle acque territoriali, attraverso un totale di 47 nuove autorizzazioni della durata di cinque anni, secondo quanto precisato dal segretario di stato. Di queste, sette riguarderanno le coste del Pacifico, nove quelle dell’Atlantico, dodici il golfo del Messico e ben 19 il litorale dell’Alaska. Nonostante quest’ultimo rappresenti una delle aree più delicate al mondo dal punto di vista ambientale: basti tornare con la memoria al disastro del 24 marzo del 1989, quando la regione venne devastata dal naufragio della petroliera Exxon Valdez. La nave, colando a picco, riversò nel mare 42 milioni di litri di greggio, provocando una delle peggiori catastrofi ambientali della storia.

“L’espansione delle trivellazioni offshore incontra una forte opposizione sia da parte di numerosi rappresentanti del partito democratico che di quello repubblicano, così come dalle comunità locali e dai governatori di stati come il New Jersey, la Carolina del Nord, la Carolina del Sud, la Virginia e la Florida”, ha spiegato l’associazione ambientalista Sierra Club, una delle più importanti degli Stati Uniti. “Anziché ascoltare la popolazione – ha aggiunto la ong, che medita un’azione legale contro il governo – Donald Trump e Ryan Zinke ascoltano gli industriali che hanno finanziato la campagna elettorale e che oggi compongono la loro amministrazione”.

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Operazioni di bonifica dopo una fuga di petrolio sulla costa della California, nel 2015 © Justin Sullivan/Getty Images

“Puntiamo al dominio nel settore dell’energia”

Effettivamente, tra chi ha criticato la scelta del governo americano c’è anche il governatore della Florida Rick Scott, repubblicano: “Ho immediatamente domandato – ha dichiarato – un incontro al segretario Zinke per manifestargli le mie preoccupazioni e chiedere di ritirare il mio stato dalla lista”. Il governo ha già fatto sapere che ascolterà le inquietudini degli stati federali. Ma ha anche fatto chiaramente comprendere la propria strategia: “Esiste una chiara differenza tra la debolezza e il dominio in materia di energia. Noi diventeremo una superpotenza in questo ambito”.

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