Piove plastica. Tonnellate di particelle ricadono sulla Terra con pioggia e neve

Uno studio americano ha svelato la presenza di enormi quantità di particelle di plastica nelle precipitazioni piovose e nevose.

La plastica prodotta dalle attività umane è ovunque. Tanto da finire anche nel ciclo dell’acqua, tra terra, mare e cielo, e ritornare addosso a noi sotto forma di pioggia. La scoperta, drammatica per l’ambiente, è arrivata da uno studio pubblicato dalla rivista scientifica Science.

Piovuto su 11 parchi nazionali americani l’equivalente di 120 milioni di bottiglie

Nel documento vengono illustrati i dati relativi alle precipitazioni registrate nel corso di un periodo di 14 mesi in una serie di zone protette negli Stati Uniti occidentali. Area nella quale sono presenti undici parchi nazionali. Ebbene, gli autori dello studio spiegano che sulla regione, assieme all’acqua, sono cadute circa mille tonnellate di microplastica. L’equivalente di 120 milioni di bottiglie.

Frammenti di plastica © Ingimage

Per ottenere tali risultati, i ricercatori hanno studiato campioni non soltanto di acqua ma anche di aria. Dimostrando che le particelle più grandi vengono appunto veicolate attraverso la pioggia o la neve. Esse provengono in gran parte dalle città presenti attorno all’area protetta. Mentre le microplastiche più piccole vengono trasportate anche dal vento e possono arrivare anche da regioni molto lontane.

“Scioccanti i dati sulla pioggia di plastica”

“La nostra ricerca è limitata ad un territorio pari al 6 per cento della superficie totale degli Stati Uniti. E già i valori delle microplastiche sono enormi. È scioccante”, ha commentato la principale responsabile dello studio, la ricercatrice dell’università dello Utah Janice Brahney.

Secondo le informazioni fornite dalla stampa internazionale, il 30 per cento della plastica sarebbe costituito dalle cosiddette “microbeads”, ovvero particelle vietate negli Stati Uniti nei prodotti cosmetici, poiché troppo piccole per essere filtrate e dunque inevitabilmente destinate a finire negli oceani. I ricercatori suppongono che possano provenire da pitture industriali, che poi si sbriciolerebbero in nanoplastiche, impossibili da osservare senza strumenti adatti.

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