Come difendersi dalla plasticenta, le microplastiche che contaminano la placenta

Per la prima volta uno studio italiano dimostra la presenza di microplastiche nella placenta umana. Quali sono i rischi e come difendersi.

Erano gli anni Cinquanta del secolo scorso e il mitico Moplen faceva la sua comparsa nelle case, salutato da massaie stanche di sollevare pesanti bacinelle metalliche. Una rivoluzione, quella della plastica (inventata circa un secolo prima a partire dal petrolio) che ha cambiato i consumi e lo stile di vita di miliardi di persone ma di cui oggi stiamo pagando le pesanti conseguenze. Perché la plastica non inquina solo mari e terre ma ci ha raggiunto dentro il nostro corpo, contaminando persino la placenta.

Plastiche nella placenta, la ricerca

Lo studio, recentemente pubblicato sulla rivista scientifica Environment International, riporta i dati raccolti dall’équipe di Antonio Ragusa del dipartimento di Ostetricia e ginecologia dell’Ospedale Fatebenefratelli di Roma su porzioni di sei placente umane, ottenute da donne sane e consenzienti. Grazie a una sofisticata tecnologia, la microspettroscopia Raman, si sono individuati in 4 placente 12 frammenti di microplastiche, cioè scaglie inferiori ai 5 millimetri di polipropilene, sostanza ampiamente usata nei packaging, nell’industria delle vernici e dei cosmetici e in diversi altri settori industriali.

Come ci sono arrivate?

La placenta è il filtro per eccellenza, l’organo che dovrebbe proteggere la nuova vita da ogni tipo di contaminazione. “È allarmante che le microplastiche siano arrivate fin qui. Ma non è sorprendente, data l’ubiquità dei prodotti plastici”, spiega Stefania Piloni, ginecologa al San Raffaele Resnati di Milano ed esperta di terapie naturali. “Basti pensare ai gesti quotidiani: lo spazzolino con cui ci laviamo i denti può rilasciare microplastiche, come pure il flacone di plastica dello sciroppo per la tosse. Fino ai cosmetici e agli assorbenti esterni, all’acqua in bottiglia e ai prodotti alimentari. Le fonti sono infinite. Normalmente queste sostanze passano nell’apparato digerente, viaggiano lungo i vasi e vengono espulse con le feci e le urine, e infatti si sono già trovate microplastiche in campioni di urina. Ma la placenta non era mai stata indagata in questo senso, benché vi siano stati ricercati (e trovati) i residui di varie sostanze inquinanti, fumo e farmaci. Oltretutto i frammenti della degradazione delle plastiche sono state trovate in tutte le parti di questo organo, sia nella porzione materna sia in quella fetale e nelle membrane corioamniotiche”.

I rischi degli interferenti endocrini

Le plastiche sono inerti ma non del tutto innocue. Infatti, dalle particelle possono migrare le sostanze chimiche che le compongono, in particolare composti come gli ftalati, il bisfenolo A, le diossine. “Si tratta di molecole che possono agire da interferenti endocrini. Significa che ‘imitano’ l’azione di ormoni maschili e femminili (testosterone e estrogeni) pregiudicando l’equilibrio endocrino e immunologico degli individui”, spiega Stefania Piloni. “Si teme la vulnerabilità di tiroide, surrene, pancreas e di tutte le ghiandole endocrine che agiscono in un network. Gli interferenti endocrini poi possono alterare il funzionamento dell’apparato riproduttivo, e non sappiamo ancora se arrivando al feto possano comprometterne una crescita sana”.

Come difendersi

La prima regola, naturalmente, è cercare di tenere il più possibile la plastica lontana dalla nostra casa e a maggior ragione dal nostro corpo, utilizzando per esempio bottiglie di vetro per l’acqua, contenitori in questo materiale per la conservazione degli alimenti e così via. L’impresa può essere ardua per le persone che stanno a contatto con sostanze chimiche e plastiche per la loro professione, come le parrucchiere o estetiste delle nail spa. “In ogni caso le attenzioni vanno moltiplicate in gravidanza”, avverte Stefania Piloni. “È importante soprattutto il primo periodo. La placenta, infatti, si forma nel secondo trimestre ed è in piena funzione nel terzo. Quindi all’inizio della gestazione il bimbo non è protetto da questo filtro”. Riguardo alla fertilità una buona notizia invece arriva da uno studio realizzato questa volta sugli uomini. Lo studio, appena pubblicato sulla rivista European Urology Focus da Luigi Montano del progetto EcoFoodFertility ha dimostrato che quattro mesi di dieta bio possono migliorare decisamente la qualità dello sperma di giovani maschi provenienti da zone altamente inquinate come la Terra dei Fuochi in Campania. Una via da percorrere per il futuro, se non vogliamo che l’ambiente ci impedisca di avere figli.

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