La Polonia vuole lasciare la Convenzione di Istanbul sulla violenza di genere, e non è l’unica

Il governo polacco si è detto contrario alla Convenzione di Istanbul sulla violenza contro le donne. Una scelta condivisa da Ungheria, Slovacchia e Turchia.

C’è un nuovo fronte in Europa, che vede fianco a fianco paesi tra loro molto simili, altri profondamente diversi. Si tratta del blocco che sta alzando la voce contro la Convenzione di Istanbul, un testo per la prevenzione e il contrasto della violenza contro le donne e della violenza domestica, promosso dal Consiglio d’Europa nel 2011. Il ministro polacco della Giustizia, Zbigniew Ziobro, ha dichiarato negli scorsi giorni che si tratta di un mero manifesto ideologico, da cui è necessario dissociarsi. Un approccio che segue quello di altri paesi come Ungheria, Slovacchia e Turchia.

La convenzione di Istanbul

La Convenzione sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica è stata approvata dal Consiglio d’Europa il 7 aprile 2011 nella città di Istanbul. A firmarla sono stati inizialmente 32 paesi, un numero che si è poi allargato a 45 nel corso del tempo. La prima ratifica è stata quella della Turchia, nel 2012, seguita da altri 34 paesi compresa l’Italia.

Il testo è uno strumento giuridico vincolante, che per la prima volta afferma a livello internazionale una serie di principi fondamentali. La violenza sulle donne viene definita come una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione. Se lo stato non fa abbastanza per rispondere a situazioni di questo tipo, deve essere ritenuto responsabile di questa stessa violenza. Si sottolinea poi come vi sia un legame fra l’assenza della parità di genere e il fenomeno della violenza, un elemento messo in luce dalla statistica e dalle situazioni rilevate. Inoltre, viene ampliata la nozione di violenza, con l’inclusione anche di quella psicologica ed economica e una maggiore attenzione a quella domestica. Un altro aspetto importante è poi il focus sulla prevenzione e sensibilizzazione, con il particolare peso che viene dato ai centri anti-violenza.

La Convenzione viene considerata il trattato internazionale di più ampia portata per affrontare il critico tema della violenza sulle donne. Esse vengono tutelate indipendentemente dalla loro origine, età, razza, religione, ceto sociale, status di migrante o orientamento sessuale e si individuano una serie di nuovi reati come le mutilazioni genitali femminili, il matrimonio forzato, lo stalking, la sterilizzazione forzata e l’aborto forzato. Proprio la parte relativa all’aborto, oltre che quella sulla libertà di orientamento sessuale, hanno portato una fronda di stati a prendere oggi le distanze dal testo.

Il dietrofront della Polonia

“Una fantasia e un’invenzione femminista volta a giustificare l’ideologia gay”. Così il ministro polacco della Giustizia, Zbigniew Ziobro, ha definito nei giorni scorsi la Convenzione di Istanbul, a motivazione della sua richiesta ufficiale di ritirare il paese dal testo, ratificato nel 2015. Dal suo punto di vista i principi lì enunciati non sono in linea con quelli del governo polacco, che è in effetti guidato da un partito di estrema destra, Diritto e giustizia (PiS). E, come spesso accade in queste situazioni, ha fatto riferimento a una presunta “ideologia gender” che verrebbe veicolata attraverso il documento del Consiglio d’Europa.

La Polonia è già da un po’ di tempo che cerca di limitare i diritti delle donne e delle persone omosessuali, come denunciato anche da Amnesty International. Di recente è stata presentata una legge per vietare completamente l’aborto nel paese (oggi è consentito solo in caso di stupro), assieme a un’altra che aveva invece come obiettivo quello di bloccare l’educazione sessuale nelle scuole. Il primo ministro del paese, Andrzej Duda, ha sottolineato qualche tempo fa come la difesa dei diritti lgbt sia “più distruttiva del comunismo”. Il ritiro dalla convenzione di Istanbul sarebbe un nuovo tassello, nonostante la portavoce del partito di governo abbia detto che non è stata ancora presa una decisione definitiva sul tema.

Intanto migliaia di persone sono scese in piazza per protestare contro l’ennesimo schiaffo ai diritti umani del governo polacco. “Lottate contro il virus, non contro le donne”, ha urlato la folla a Varsavia, mentre una delle organizzatrici dei cortei ha sottolineato come il governo stia di fatto legalizzando la violenza domestica. Anche la Commissione Europea ha alzato la voce. “L’adesione alla Convenzione di Istanbul rimane una priorità fondamentale”, ha sottolineato un portavoce, aggiungendo che in Europa non c’è posto per la violenza contro le donne.

Il precedente di Turchia, Slovacchia e Ungheria

Il dietrofront della Polonia sulla Convenzione di Istanbul non è una novità. Nel maggio scorso l’Ungheria guidata dall’autoritario Viktor Orbán ha deciso, tramite il voto del parlamento, di non ratificare il testo. La motivazione è che esso favorirebbe l’immigrazione clandestina, nella parte in cui chiede l’accoglienza delle persone vittime di persecuzioni in base all’orientamento sessuale. Inoltre, anche in questo caso si trova il solito riferimento alla presunta “ideologia gender”, con principi definiti inaccettabili e incoerenti con la costituzione ungherese.

Anche la vicina Slovacchia aveva preso posizione contro la convenzione. A febbraio 96 parlamentari su 113 hanno votato contro la sua ratifica, su proposta del partito di maggioranza di estrema destra Slovak national party. Il documento del Consiglio d’Europa è stato giudicato incoerente con i principi costituzionali polacchi, in primis quello che definisce il matrimonio come l’unione tra un uomo e una donna. Dalla Slovacchia, come già dall’Ungheria, hanno poi sottolineato di voler fare pressione sul resto dei firmatari affinchè il ritiro dalla convenzione potesse allargarsi ad altri paesi.

E in effetti sembra ci stiano riuscendo. Perchè non c’è solo la Polonia ad aver intrapreso un iter in questo senso, ma anche la Turchia. Qualche settimana fa Numan Kurtulmuş, vicepresidente dell’Akp, il partito del presidente Recep Erdogan, ha definito la Convenzione di Istanbul come uno strumento indebito “nelle mani di lgbt e elementi emarginati dalla società, volto a minare i valori della famiglia”. Per questo motivo ha detto che la ratifica è stata “un errore” e che l’intenzione è quella di ritirare il paese dal testo.

Eppure, a vedere i numeri, se c’è un paese che più di tutti ha bisogno della Convenzione di Istanbul, quello è proprio la Turchia. Nel 2019 ci sono stati 474 femminicidi nel paese e dai primi dati sembra che nell’anno in corso la situazione sia in peggioramento, complice anche l’impatto del lockdown sulla violenza domestica. Il 16 luglio è stata uccisa dal suo ex fidanzato Pinar Gültekin, una ragazza 27enne. La notizia ha scosso il paese e in molti sono scesi in piazza per ricordare la nuova, ennesima vittima della violenza di genere turca. Il governo di Erdogan, dal canto suo, sembra voler rispondere a questo dramma cancellando una Convenzione che ha come obiettivo proprio quello di tutelare donne come Pinar dagli abusi sistematici di cui sono vittime.

Articoli correlati