Cooperazione internazionale

Quanto pane si spreca in Italia

Ogni giorno in Italia si producono 72mila quintali di pane. Se ne buttano via, ogni giorno, 13mila. Due campi di calcio, riempiti e svuotati. Colpa di nuove esigenze di mercato, della burocrazia. Ma nuovi modelli di cooperazione pubblico-privato promettono di porre fine a questo scandalo. E c’è pure una app.

Con l’invenduto quotidiano di dieci panettieri si possono ottenere 80-100 kg di pane, che potrebbero soddisfare le necessità di 600 persone. Intanto, buttiamo il 18% del pane e il 36% dei prodotti freschi che acquistiamo. I numeri li ha forniti l’Adoc (Associazione per la difesa e l’orientamento dei consumatori) in occasione della scorsa Giornata nazionale per la lotta agli sprechi alimentari. Sprechi che sempre secondo l’associazione, costano alle famiglie 330 euro l’anno.

Le cifre del pane in Italia

Secondo i dati Istat in Italia le imprese nel settore della panificazione nel 2007 erano 44.406, mentre nel 2014 sono diventate 41.298. Complici la crisi e le diverse abitudini alimentari ne sono scomparse oltre 3mila. Il numero di occupati nel comparto oggi sfiora i 180mila, la maggior parte dei quali (più di 105mila) lavora nella produzione dei prodotti di panetteria freschi (24mila imprese in totale). 26mila sono gli impiegati nella produzione di pasticceria fresca, poco meno di 16mila nella produzione di fette biscottate, biscotti e pasticceria conservata e 15mila nel commercio al dettaglio.

Inoltre secondo i dati Assipan, l’associazione italiana panificatori, ogni giorno in Italia vengono sfornati 72mila quintali di pane.

Anche attraverso le ricette della tradizione come la panzanella, gli italiani provano a non sprecare il pane.
Anche attraverso le ricette della tradizione come la panzanella toscana, gli italiani provano a non sprecare il pane.

Gli italiani sono già abbastanza attenti a non buttare il pane

Le collaborazioni tra pubblico e privato, tra imprenditori e associazioni come Breading – startup supportata da Fondazione Vodafone – e come Last Minute Market, suggeriscono nuove, efficaci soluzioni per ridurre gli sprechi.

Ma sembra che anche da parte dei singoli cittadini ci sia una presa di coscienza riguardo a queste tematiche. Secondo un sondaggio condotto sul sito Coldiretti a luglio 2015, infatti, il 46% degli italiani mangia il pane del giorno prima senza buttarlo, il 18% pur di conservarlo lo surgela, il 15% ne fa mangime per animali e il 12% lo grattugia.

Gli acquisti di pane sono scesi a 90 grammi pro-capite, ma la metà delle famiglie riutilizza quello del giorno prima.

120mila euro di pane buttato via ogni giorno

Ogni giorno, in tutta Italia, il valore dei panini che finiscono nei cassonetti è di 120mila euro: a fine anno, sono 43 milioni di euro buttati via. Una buona fetta di spreco arriva dalla grande distribuzione, canale attraverso il quale secondo Federdistribuzione viene venduto circa il 40% del pane totale (l’88% dei consumi è rappresentato dal pane artigianale e il dato complessivo, che include pane, grissini e cracker, è di 8 miliardi di euro di spesa all’anno). Assipan ammette infatti che giorno finiscono nella spazzatura 13mila quintali di messo in vendita dai supermercati: “colpa” non solo del calo dei consumi, delle normative e delle complessità burocratiche per donarlo, ma anche del marketing. Per due esigenze di mercato concomitanti.

L'esigenza dei supermercati di avere il pane caldo in vendita fino alla chiusura è causa di spreco.
L’esigenza dei supermercati di avere il pane caldo in vendita fino alla chiusura è causa di spreco.

Il marketing e lo spreco di pane

L’ossessione del pane sempre caldo e la moltiplicazione dei formati sono concause di uno spreco in aumento.

Una, i supermercati ordinano o riscaldano quasi sempre quantità di pane superiori al proprio fabbisogno. È per loro importante avere pane da vendere – se possibile caldo – fino all’orario di chiusura: se alle sei di sera il supermercato non ha il pane caldo o lo ha già finito, perderebbe clienti. I supermercati devono avere gli scaffali pieni fino a un minuto dalla chiusura. Così, ogni giorno, chi produce pane sa già che un quarto del suo pane andrà buttato. Una volta chiuso l’esercizio il pane in eccesso va smaltito e smaltirlo ha un costo. A volte la grande distribuzione si accorda affinché siano gli stessi panificatori a ritirare l’invenduto (lo butteranno) e questo poi si ritorce sul consumatore perché può portare a un aumento del prezzo del pane.

Due, una volta c’erano sì e no quattro formati di pane. Adesso le varietà si sono moltiplicate all’infinito. E se non si ha sempre l’assortimento completo e caldo, si perdono clienti. Con questo modo di lavorare l’invenduto aumenta, almeno di un ulteriore 10%.

Spesso poi a occuparsi dello smaltimento sono spesso i panificatori stessi, a proprie spese. Un danno anche economico non da poco. A causa delle leggi del mercato e della mancanza di una rete di solidarietà che sia in grado di organizzarsi, insomma, il pane non arriverà a chi non può permetterselo.

Le cifre a Roma e a Milano

Tre mense della Caritas di Roma lo scorso anno sono state costrette a spendere 90mila euro per acquistare il pane quotidiano. In una città dove, ufficiosamente, i quintali di pane buttati al giorno sarebbero 200. Sempre ufficiosamente, una parte di questi va alle aziende agricole, in nero.

A Milano, la Claai stima almeno tra i tre e sette chili il pane invenduto ogni giorno in ciascuna delle 500 panetterie milanesi. Il che vuol dire che si arriva anche a 750 quintali di pane buttato al mese in città, solo dalle panetterie. Contando anche i supermercati, la cifra arriva almeno a 180 quintali al giorno.

Il pane a fine serata non interessa più a nessuno. Neanche ai canili, perché andrebbe integrato con altri alimenti, e così la preparazione del cibo costerebbe troppo in termini di manodopera. Il pane avanzato non può nemmeno essere rivenduto grattugiato il giorno dopo perché ci sono regole rigide da rispettare: controllo del grado di umidità, confezioni, etichettature. Le grandi associazioni del volontariato spiegano così il paradosso del pane buttato: attrezzarsi con un furgoncino per andare a raccogliere ogni sera quel che resta ai panettieri comporterebbe sforzi e costi, anche organizzativi.

La “legge del buon samaritano”

La legge 155 del 2003 “Disciplina della distribuzione dei prodotti alimentari ai fini di solidarietà sociale” meglio conosciuta come “Legge del Buon Samaritano” equipara il consumatore finale alle Onlus che effettuano, a fini di beneficenza, distribuzione gratuita ai bisognosi, sollevandole da tutti quegli adempimenti burocratici che, di fatto, complicano l’assistenza agli indigenti. In dieci anni, con questa legge il Banco Alimentare ha recuperato oltre 2.600.000 porzioni di piatti pronti, quasi 800mila kg di pane e quasi 900mila kg di frutta. La legge dunque permette alle associazioni di ritirare il pane gratis ma deve essere fatto quando è ancora dal distributore e prima che diventi un rifiuto. Per fare questo però serve una rete organizzata.

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