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Nella battaglia epocale contro la plastica in prima linea c’è l’Italia. Cosa è andato storto nella notizia positiva come quella del bando dei sacchetti di plastica nei supermercati? L’editoriale di Stefano Ciafani, direttore generale di Legambiente.
La fine del 2017 è stata travolta da una sconcertante querelle mediatica sul costo per i consumatori dei sacchetti biodegradabili e compostabili da usare per riporre i cibi sfusi al supermercato. Una vicenda, che se non fosse preoccupante per il grado di disinformazione e di “distrazione di massa” che ha raggiunto in pochi giorni, potrebbe essere archiviata come un momento di follia collettiva.
Tutto è cominciato quando il governo ha annunciato l’entrata in vigore della legge che dal primo gennaio ha introdotto l’obbligo per la grande distribuzione di vendere frutta e verdura, così come carne, pesce e altri alimenti freschi, solo con sacchetti monouso biodegradabili e compostabili a un costo visibile di circa 2-3 centesimi di euro per il cliente. Una notizia positiva che si è paradossalmente subito trasformata nell’ennesimo balzello indigesto ai danni dei cittadini. Apriti cielo, per giorni media e social network non si sono quasi occupati d’altro. Si è detto che si trattava dell’ennesima tassa occulta e ingiusta e chi sosteneva che fosse un provvedimento su misura per favorire gli affari di un’azienda particolare.
Il governo avrebbe dovuto interrompere subito questa polemica facendo chiarezza e buona informazione sulle ragioni di una norma che mette al bando la plastica tradizionale e introducendo alcune modifiche al provvedimento, prima tra tutte, la possibilità di impiegare, in alternativa alle buste compostabili, le retine, riutilizzabili più volte. Insomma, niente di diverso rispetto a quello che si faceva fino a qualche decennio addietro, prima che i sacchetti di plastica inondassero il mercato, o che si fa oggi in molti paesi del nord Europa. Invece, se possibile, ha rinfocolato la discussione, con dichiarazioni a dir poco surreali.
Troppe bufale e inesattezze sui #sacchettibiodegradabili e compostabili che invece fanno bene all’ambiente e aiutano a contrastare l’inquinamento da #plastica. Non c’è nessuna tassa occulta né monopolio aziendale. Leggi qui ► https://t.co/Y3wBeqblPm pic.twitter.com/UAaXIeDL1N
— Legambiente Onlus (@Legambiente) 3 gennaio 2018
Secondo il ministero della Salute le buste riutilizzabili, di tela o di rete non importa, non sarebbero adatte per il pericolo di “contaminazione batterica”. Insomma, nei reparti del fresco dei supermercati italiani, unico caso al mondo, ci sarebbero preoccupanti focolai infettivi che potrebbero dare corso a una emergenza igienico sanitaria alimentata dal reimpiego dei sacchetti.
Una visione davvero curiosa, perché mai avevamo guardato ai banchi della frutta e della verdura come a sale operatorie sterili, mai avevamo pensato che gli uomini in camice addetti a sistemare cassette e scaffali fossero in realtà chirurghi, anestesisti e infermieri. Abbiamo sempre visto residui di terra e mani sporche e sconosciute senza guanti che tastano la frutta alla ricerca del pezzo migliore.
Sarcasmo a parte, ora che l’attenzione sull’argomento si è abbassata è tempo di riordinare le idee e autorizzare per legge le retine o altre tipologie di sporte riutilizzabili per riporre gli alimenti. Chi vorrà il sacchetto bio usa e getta, pagherà il giusto e trasparente tributo, come già peraltro avviene con quelli venduti alla cassa senza che ci siano mai state tante storie. Chi invece vorrà trasportare il cibo nella propria sacca o retina, dovrà poterlo fare senza dovere nulla.
Sono convinto che dimenticheremo presto queste polemiche e sapremo dare, da cittadini, un contributo sempre maggiore per combattere l’inquinamento e prenderci cura dell’ambiente. In fondo, siamo il Paese che in tema di messa al bando delle plastiche ha fatto i passi avanti più significativi. La legge che ne ha vietato il commercio dal 2012 ha fatto registrare una riduzione delle buste per la spesa del 55 per cento in soli cinque anni. Un risultato che potrebbe essere ancora maggiore se ci fossero più controlli e sanzioni sulla vendita di quelle illegali.
Quella contro la plastica, con i danni disastrosi che produce all’ambiente, in particolare a quello marino, se non viene gestita correttamente, è una battaglia epocale ed è solo iniziata, ma che ha già dato i primi incoraggianti risultati e promette di diventare una causa che vede i governi e la sensibilità dei cittadini dalla stessa parte. Parliamo di un consumo che, secondo l’Agenzia americana per la protezione dell’ambiente (Epa) si aggira intorno ai 100mila sacchetti all’anno solo in Europa, di cui una parte finisce in mare e lungo le coste. Oggi altri Paesi si stanno attrezzando per combattere la diffusione della plastica: l’ultima a darne notizia è stata la Gran Bretagna, dove il governo di Theresa May ha annunciato provvedimenti per disincentivare con tassazioni ad hoc le confezioni monouso, piatti e bicchieri, sacchetti e altri contenitori inquinanti. La Commissione europea ha fatto sapere di essere al lavoro per introdurre nel giro dei prossimi mesi una tassa comunitaria sulla plastica e, nel frattempo, ha varato la nuova strategia per ridurre l’uso di questo materiale.
Tanti piccoli tasselli che ci auguriamo possano innescare un circuito virtuoso fatto di esempi positivi, perché quella contro l’inquinamento della plastica è una battaglia che si può vincere solo se tutti i Paesi sapranno fare la loro parte. E il nostro Paese, una volta tanto, fa da apripista, grazie alle leggi sui sacchetti, sui cotton fioc e sulle microplastiche nei prodotti cosmetici da poco entrate in vigore.
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