Salutiamo il bacino di Galilee: diventerà la più grande miniera di carbone

Con il via libera del ministro dell’Ambiente australiano Greg Hunt, l’impresa mineraria indiana Adani e il costruttore siderurgico Carmichael possono iniziare a sventrare il bacino di Galilee nel Queensland, in Australia. Che diverrà la più grande miniera di carbone – di sicuro dell’Australia, ma forse anche del mondo.   Il carbone passerà su cargo mercantili

Con il via libera del ministro dell’Ambiente australiano Greg Hunt, l’impresa mineraria indiana Adani e il costruttore siderurgico Carmichael possono iniziare a sventrare il bacino di Galilee nel Queensland, in Australia. Che diverrà la più grande miniera di carbone – di sicuro dell’Australia, ma forse anche del mondo.

 

Il carbone passerà su cargo mercantili sopra la Grande barriera corallina, già morente, per essere bruciato in sporchissime centrali indiane e asiatiche.

 

Questa storia d’orrore è scritta nel progetto minerario da 16,5 miliardi di dollari, che prevede l’escavazione e l’apertura di sei bacini a cielo aperto e 5 miniere sotterranee, su un’estensione di terreno pari a sette volte quella della capitale Sydney. A questo impatto paesaggistico-ambientale si aggiungono 189 km di reti ferroviarie che saranno costruite per portare 60 milioni di tonnellate di carbone all’anno verso i porti della costa orientale dell’Australia. Da lì, a bordo di navi cargo, il carbone passerà sulla Grande barriera corallina verso le sporche e inquinanti centrali elettriche in India e in tutta l’Asia. Bruciandolo, si genererà energia elettrica per 100 milioni di case indiane.

 

Bacino di Galilee e carbone

 

Gli impatti ambientali sono incalcolabili. Secondo Greenpeace, le attività causeranno un aumento di 128 milioni di tonnellate annue di CO2 in atmosfera. La stessa impresa mineraria stima che le emissioni dirette dovute alle “emissioni fuggitive” saranno di circa 3 miliardi di tonnellate di CO2 nell’arco di vita dei 60 anni prevista dalla miniera. Dal calcolo sono cioè escluse quelle dovute poi alla combustione del carbone nelle vetuste centrali termoelettriche asiatiche. A rischio anche la Grande barriera corallina, che è situata proprio davanti alle coste del Queensland ed è già malata, come non mai, ed è già stata messa a dura prova dalle attuali attività minerarie in Australia.

 

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La Grande barriera corallina è minacciata da tutte le attività industriali lungo la costa, come l’espansione del porto di Abbot Point, dagli scarichi agricoli, dalla cattiva qualità dell’acqua e ora dall’intensificarsi del traffico navale di petroliere e navi di carbone. Peter Mumby, presidente dell’Australian Coral Reef Society, la più antica organizzazione al mondo dedicata allo studio dei banchi corallini, ha riferito che la copertura di coralli si è dimezzata da quando l’area è stata inclusa nella lista del Patrimonio Mondiale negli anni 1980. Entro il 2050 vi saranno meno pesci e grandi distese di alghe dove una volta prosperavano complesse strutture coralline. Secondo Ove Hoegh-Guldberg, direttore del Global Change Institute dell’University of Queensland, gli sforzi correnti per aiutare la Barriera sono inadeguati.

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