Cos’è la solastalgia, definizione ed effetti dell’ansia da cambiamenti climatici

I cambiamenti repentini dell’ambiente e lo sfacelo del mondo naturale stanno generando nuove forme di disagio psicologico: la solastalgia.

Era dal Pliocene, tra i 2,5 e i 5,2 milioni di anni fa, che la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera non era così alta, gli oceani sono sempre più acidi e inospitali, siamo nel bel mezzo della sesta estinzione di massa del pianeta e in appena trenta anni la maggior parte degli ecosistemi terrestri, dall’Amazzonia all’Artico, collasserà, generando catastrofici sovvertimenti socioeconomici. Se siete tristi per lo sfacelo ambientale in corso, avvertite un incolmabile senso di perdita e vi sentite impotenti dinnanzi al declino del mondo così come lo conosciamo, esiste una parola per descrivere il vostro (nostro) stato d’animo: solastalgia.

Colline di Sacramento in fiamme
Per mitigare in maniera efficace gli effetti dei cambiamenti climatici occorrono drastiche misure a livello internazionale, ognuno di noi può però provare a contribuire, eliminando o riducendo le proprie attività più impattanti, come il consumo di carne e i voli aerei © David McNew/Getty Images

Cos’è la solastalgia

Il termine solastalgia, combinazione della parola latina solacium (conforto) e della radice greca –algia (dolore), è un neologismo coniato nel 2003 dal filosofo australiano Glenn Albrecht e indica il sentimento di nostalgia che si prova per un luogo nonostante vi si continui a risiedere. Questo particolare stato emotivo si manifesta quando il proprio ambiente viene alterato da mutamenti repentini che esulano dal nostro controllo. “È un tipo di nostalgia di casa o malinconia che provi quando sei a casa e il tuo ambiente familiare sta cambiando intorno a te in modi che ritieni profondamente negativi”, ha spiegato Albrecht, che ha ideato il termine per descrivere gli effetti dannosi che il boom dell’estrazione del carbone ha avuto sugli abitanti della Upper hunter valley, in Australia.

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L’ansia nell’era dei cambiamenti climatici

La solastalgia è dunque strettamente legata al nostro tempo, l’Antropocene, era caratterizzata dall’enorme impatto dell’uomo sul pianeta, e ai cambiamenti climatici, che di questo irresponsabile impatto sono una conseguenza. I mutamenti del clima, infatti, non stanno alterando solo l’ambiente fisico in cui viviamo, hanno anche conseguenze concrete sulla nostra salute mentale. Fenomeni climatici estremi, come tempeste, alluvioni o ondate di caldo, possono causare e intensificare lo stress e l’ansia e possono portare a depressione e rabbia.

Vittime di un'alluvione nella provincia cinese di Guangdong
Gli ambienti naturali stanno cambiando così rapidamente che il nostro linguaggio e le strutture concettuali non riescono a tenere il passo. Per colmare in parte questa lacuna Glenn Albrecht ha coniato il termine solastalgia © China Photos/Getty Images

Come i nativi privati della terra

Secondo il filosofo australiano la solastalgia genera stati d’animo simili a quelli provati dalle persone deportate dalla propria terra. “Gli aborigeni australiani, i Navajo e qualsiasi popolazione indigena hanno provato questo senso di dolore e disorientamento dopo essere stati sfollati dalla loro terra”, ha affermato Albrecht, il quale ha scoperto che questa “patologia del luogo” non si limita ai nativi. Gli abitanti della Upper hunter valley erano infatti ansiosi, irrequieti, disperati, depressi, proprio come se fossero stati rimossi con la forza dalla valle, ma non era successo, era la valle ad essere cambiata intorno a loro. La solastalgia non colpisce però solo le persone che vivono nei pressi di miniere, siti di fracking o in aree colpite da fuoriuscite di petrolio o eventi climatici estremi. È una condizione globale, avvertita in misura maggiore o minore da persone diverse in luoghi diversi, ma sempre più condivisa, dato l’inarrestabile degrado dell’ambiente.

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Gli effetti della solastalgia

I sintomi della solastalgia possono essere sia a breve che a lungo termine, acuti e cronici, evidenziando lo stretto rapporto tra salute dell’ecosistema e salute umana. Includono sentimenti di dolore, nostalgia, stress, alienazione, depressione, ansia, senso di perdita, disturbi del sonno, pulsioni suicide e aumento dell’aggressività e possono essere spesso duraturi. Il disagio cronico può indebolire il sistema immunitario, rendendo le persone più vulnerabili a numerosi disturbi fisici. La solastalgia complica inoltre le relazioni interpersonali minando la coesione dei nuclei familiari e delle comunità. La propria casa e il proprio ambiente sono il fulcro delle relazioni sociali e se vengono danneggiati anche queste ultime tendono a risentirne.

Bambini colpiti da un evento climatico estremo
Mentre tendiamo a concentrarci sugli impatti tangibili dei cambiamenti climatici, non prestiamo la sufficiente attenzione al disagio psicologico e al dolore che sono in grado di generare © Fiona Goodall/Getty Images for Lumix

Chi sono le persone più vulnerabili alla solastalgia

La solastalgia può dunque colpire chiunque, ci sono però gruppi di persone particolarmente vulnerabili, come bambini e anziani. I bambini vittime di eventi meteorologici estremi sono potenzialmente predisposti a futuri disturbi psicologici. I più giovani sembrano inoltre più interessati e più preoccupati dai cambiamenti climatici rispetto agli adulti, come testimoniato dalle manifestazioni giovanili per il clima in corso in tutto il pianeta. Molti ragazzi, secondo numerosi sondaggi, esprimono preoccupazione, paura e ansia per l’impatto che il riscaldamento globale avrà sulle loro vite e credono che il mondo potrebbe finire nel corso della loro vita.

Sono a rischio anche le persone che hanno un legame particolarmente stretto con la terra, come comunità tribali e agricoltori. L’identità di queste persone è infatti connessa sia alle caratteristiche fisiche della terra ma anche all’uso e alla conoscenza di essa. La perdita di questa conoscenza locale e tradizionale può essere un fattore chiave per l’insorgere del dolore ecologico. Alcune comunità aborigene australiane hanno riferito di aver perso la fiducia nei ritmi stagionali del tempo e nella loro capacità di conoscerlo, associando tale perdita di fiducia all’ansia per il loro futuro a lungo termine.

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Cosa ne pensa la scienza

La correlazione tra la distruzione del mondo naturale e l’insorgere di problemi psichici, seppure sia un fenomeno relativamente recente, è già stata ampiamente indagata e dimostrata dalla scienza. Nel 2007 uno studio condotto su bambini di età compresa tra 10 e 14 anni, aveva rilevato che metà degli intervistati era profondamente preoccupata per il riscaldamento globale. Uno studio più recente ha dimostrato che il 45 per cento dei bambini soffre di depressione duratura dopo essere sopravvissuto a eventi meteorologici estremi e disastri naturali. Da una ricerca su un gruppo di aborigeni del Nuovo Galles del Sud è invece emerso che la prolungata siccità ha influenzato negativamente il loro benessere sociale ed emotivo, aggravando i preesistenti svantaggi socioeconomici.

Analizzando un campione di persone che vivono nelle aree colpite dall’uragano Katrina, abbattutosi sugli Stati Uniti nell’agosto del 2005, è emerso che il tasso di suicidi è più che raddoppiato e il 49 per cento delle persone ha sviluppato disturbi psicologici come ansia e depressione. In seguito alle catastrofi, secondo uno studio del 2011, l’aumento dello stress può anche rendere le persone più inclini ad adottare comportamenti che hanno un impatto negativo sulla loro salute, come fumo e cattive abitudini alimentari.

Nel 2017 l’American psychological association ha pubblicato il rapporto Salute mentale e il nostro clima che cambia: impatti, implicazioni e orientamento, proprio con l’obiettivo di attirare l’attenzione sui diversi impatti psicologici legati ai cambiamenti climatici.

Attivisti per il clima marciano a Wall street
La solastalgia innesca un meccanismo di difesa passivo, fatto di fatalismo, paura e impotenza, che ci impedisce, sia a livello personale che collettivo di affrontare adeguatamente le cause dei cambiamenti climatici © Andrew Burton/Getty Images

L’esempio di Greta

La solastalgia può paralizzare e accentuare il nostro senso di impotenza, oppure può essere la molla per reagire e provare a invertire la tendenza. È il caso di Greta Thunberg, l’adolescente svedese che ha dato vita al più grande movimento per il clima della storia. Quando Greta ha appreso per la prima volta della crisi ambientale in corso, all’età di otto anni, ne è rimasta letteralmente scioccata. A undici anni ha smesso di parlare e di mangiare e le furono diagnosticati la sindrome di Asperger, il disturbo ossessivo-compulsivo e il mutismo selettivo. Ma, anziché lasciarsi sopraffare dalla vastità della crisi climatica e continuare a vivere come niente fosse, come fa la maggior parte di noi, Greta ha deciso di agire, perché “non sei mai troppo piccolo per fare la differenza”.

Se credete di provare la solastalgia è un buon segno, significa che siete consapevoli della gravissima minaccia che deve fronteggiare l’umanità. La nostra, non dimentichiamolo, è una specie animale, che ha pertanto un intrinseco rapporto con il mondo naturale e i suoi cicli. Quel rapporto però si è spezzato e le conseguenze sono sotto i nostri occhi e riecheggiano nella nostra mente. “Separato dalle sue radici, l’uomo perde la sua stabilità psichica”, ha scritto nel 1946 Elyne Mitchell, nel libro Suolo e civilizzazione.

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