SPECIALE Dalla parte dei polli

Le immagini viste in TV dopo gli scandali dei polli alla diossina e di febbre asiatica hanno mostrato gabbie strapiene di galline spennate e ammassate…

Provate a passare la vostra vita in piedi su una mattonella:
è quanto sono costrette a fare le galline da carne ed
ovaiole nel nostro paese, in Europa, in Nord Africa. Lo spazio a
disposizione per le povere galline “da produzione”, cresciute negli
allevamenti “in batteria” è di 450 centimetri quadrati: un
foglio di quadernone. Per evitare che si “danneggino” (sono
considerati degli oggetti) viene tagliato con una pinza il becco,
vengono bruciati i tendini delle ali ed inferte altre mutilazioni
utili alla produzione. Le ovaiole non godono mai del buio e del
riposo: la luce accesa 24 ore su 24 le costringe ad una
alimentazione forzata (e la qualità del becchime?) per
scodellare quante più uova possibile. È sufficiente
entrare in un allevamento in batteria per non assaggiare mai
più un uovo o un pollo proveniente da questi tunnel
dell’orrore.

In Italia ogni anno 40 milioni di galline sono detenute in gabbie
di batteria per produrre 12 miliardi di uova, e 400 milioni di
polli finiscono sulle tavole imbandite. Ma negli allevamenti
intensivi si usano becchimi poco adatti all’alimentazione degli
animali (le famigerate “farine animali”) e prodotti di scarto, per
massimizzare il profitto. Nel loro cibo viene reimmesso il loro
stesso guano, perché c’è dentro ancora qualcosa di
“nutriente”, e tutto dev’essere sfruttato fino all’osso, per
aumentare i guadagni. Poi, per correggere il colore naturale dei
tuorli, giudicato troppo “pallido” e rendere l’uovo più
appetitoso, spesso si aggiungono alla dieta della galline
coloranti, antibiotici e residui di pesticidi.

Gli animali allevati, chiusi in gabbie strettissime, si strappano
le piume e si mangiano a vicenda in accessi furiosi. Per quanto
concerne le galline: irradiate con infrarossi, sottoposte alla
ghigliottina dello “sbeccamento” (taglio del becco), bioritmi
alterati da cicli notte/giorno artificiali, alimentazione forzata
con pastoni fatti col loro stesso guano, con scarti alimentari,
residui d’ogni genere e di provenienza incontrollabile. Nei mangimi
dei polli e dei maiali belgi sono stati trovati PCB (bifenile
policlorurato) – come mangiare insalata di pollo condita con olio
di macchina usato! -, altamente tossici e cancerogeni: la loro
diffusione è responsabile dell’aumento di gravi malattie in
quanto i PCB si accumulano nella catena alimentare.

Gli animali sono così malati che devono essere praticate
ininterrotte terapie antibiotiche, tanto violente ed invasive che
un veterinario d’una ASL testimoniava di aver dovuto imporre un
“blocco” all’uso di antibiotici in un allevamento industriale:
risultato devastante, 20.000 polli morti in pochi giorni.

Come ricorderà chi ha visto i servizi in tv sui “polli alla
diossina”, le galline d’allevamento in batteria non stanno bene:
è impossibile che le loro uova non risentano gravemente di
tutto ciò. Si può dire che ogni loro uovo è
un’ampolla di sofferenza.
A seguito delle spaventose immagini viste nei servizi tv inerenti
allo “scandalo diossina”, l’Unione Europea disincentiverà, a
partire da quest’anno, l’uso di quelle infernali gabbie metalliche
in cui le galline vengono stipate a forza per giungere, entro dieci
anni, alla totale abolizione di questo cruento modo di allevare.
C’è anche una nuova direttiva europea che preveden norme
più severe per gli allevamenti in batteria. Gli allevatori
dovranno “migliorare le condizioni di vita delle galline”
ristrutturando i vecchi allevamenti con spazi più ampi
(è anche prevista una sorta di ‘rottamazione’ delle vecchie
gabbie).

Negli allevamenti bio invece le galline sono allevate per terra,
con tanto spazio vitale a disposizione, mangimi naturali non
modificati geneticamente, non subiscono taglio del becco ed altre
mutilazioni. Sono felici. Nei bioallevamenti è vietato l’uso
di sostanze sintetiche che favoriscono la crescita, aumentino
l’appetito, ostacolino il naturale sviluppo dell’animale. Vietati i
mangimi di provenienza animale, fatti salvo pesce, latte e
lombrichi. A vigilare sull’effettivo rispetto delle procedure
biologiche in tutta la catena (foraggi, mangimi, allevamenti, cure
veterinarie, macellazione, confezionamento), il Regolamento europeo
sulla zootecnia biologica, Regolamento CE 1804/1999.
La dicitura per le uova biologiche dev’essere sempre: “ruspanti”,
“allevate libere”, “all’aperto – sistema estensivo”, “all’aperto”,
“a terra”…

Attenzione quindi alle etichette: alcune confezioni mostrano
immagini di “genuine” fattorie, con galline sorridenti e verdi
colline, corredate da scritte invitanti del tipo “uova naturali”,
“fresche di fattoria” o “di campagna”, ma prive dei marchi di
garanzia degli enti certificatori del bio, gli unici autorizzati ad
attestare che l’allevamento è stato realmente condotto con
il metodo biologico.

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