La storia della strage di Ustica. 40 anni di depistaggi, segreti e misteri

Il 27 giugno 1980 un Dc-9 della compagnia Itavia, in volo da Bologna e Palermo, precipitò a Ustica. Ancora oggi, nessuno è stato condannato per la strage.

“A Raisi nessun ritardo, chiameremo per la discesa, 870”. La radio della torre di controllo dell’aeroporto di Roma Ciampino, nella serata del 27 giugno 1980, gracchiava queste nove parole. Sono le ultime provenienti dal Dc-9 della compagnia Itavia proveniente da Bologna e atteso in serata allo scalo di Punta Raisi, a Palermo. Dove non arriverà mai.

Nella strage di Ustica persero la vita 81 persone: 68 adulti e 13 bambini

Il volo IH870 – con a bordo 81 persone (68 adulti e 13 bambini, compresi quattro membri dell’equipaggio) – alle ore 20:59 si inabisserà nel mare dell’isola di Ustica. Trascinando con sé segreti militari, domande senza risposta, silenzi, omertà, scontri di poteri sulla pelle di famiglie disperate, tracciati radar cancellati, registrazioni manomesse, coperture politiche. Tutto, pur di nascondere probabilmente una verità inconfessabile: che quella sera, sopra i cieli di Ustica, c’era la guerra.

Benché infatti la dinamica dell’incidente non sia stata ancora chiarita con certezza, alcune delle tesi avanzate nei primi giorni successivi all’incidente sono state ormai di fatto scartate. A cominciare da quella che ipotizzava la pista terroristica, con l’esplosione a bordo di una bomba ad orologeria. Incompatibile però con il grave ritardo in partenza che aveva registrato il volo. Per non parlare del “cedimento strutturale”, altra ipotesi sulla quale si è insistito nel corso del tempo, apparsa anch’essa non credibile, soprattutto dopo il recupero del relitto in mare.

La prima sentenza del giudice Priore: sui cieli di Ustica c’era la guerra

Ci sono voluti quasi venti anni per ottenere un primo pronunciamento della giustizia su Ustica. Il giudice Rosario Priore, autore di una sentenza-ordinanza lunga più di 5mila pagine, affermò che l’aereo della Itavia fu abbattuto per errore. Nel quadro di un’operazione di “polizia internazionale”, a carattere militare e segreto. Un missile – proveniente forse da un caccia di una nazione appartenente alla Nato – sarebbe stato infatti lanciato con l’obiettivo di abbattere un Mig-23 dell’aviazione libica. Quest’ultimo, per evitare di essere individuato si sarebbe nascosto sotto “l’ombra radar” del Dc-9 civile. Che ne avrebbe fatto le spese. Una tesi evocata già anni prima dalla commissione Stragi, incaricata di indagare sulla vicenda. Nonostante i tentativi di depistaggio.

ustica museo memoria bologna
Pulizia della fusoliera del Dc-9 Itavia © Museo per la memoria di Ustica

Nei giorni successivi all’incidente, il ministero della Difesa aveva negato, attraverso l’agenzia Ansa, che quella sera ci fossero manovre militari in corso nella regione. Insistendo sul fatto che “la sola spiegazione logica sembra essere quella di una bomba esplosa a bordo”. Ancora, la redazione del Corriere della Sera ricevette una chiamata anonima a nome dei Nar (Nuclei Armati Rivoluzionari, formazione neofascista e terrorista), nel corso della quale si parlava di un membro del gruppo che sarebbe stato sul Dc-9, trasportando una bomba destinata ad un attentato a Palermo. “Lo riconoscerete grazie all’orologio della marca Baume & Mercier che aveva al polso”, disse la voce. Ma l’uomo in questione era in realtà vivo e abitava in Francia, presso Nizza.

Si sa, inoltre, che al momento dell’incidente erano presenti numerosi aerei militari nella zona. I cui transponder, però, erano stati spenti: per questo non potevano essere identificati dagli operatori radar. Ed è noto anche che numerosi documenti sono scomparsi nel corso del tempo: nei registri del centro radar di Marsala, in Sicilia, la pagina del 27 giugno 1980 fu strappata. Allo stesso modo, i tracciati registrati a Poggio Ballone, in provincia di Grosseto, furono inviati a Trapani e poi sparirono. Mentre a Ciampino fu “perduta” la lista dei militari di turno nella sala operativa nella notte della strage.

Il Mig libico precipitato sulla Sila, i depistaggi e il processo ai generali

Un tracciato, tuttavia, emerse. Mostrava che il Dc-9, al momento dell’incidente, non era probabilmente solo. Il 18 luglio, inoltre, un nuovo tassello si aggiunse al mosaico che gli inquirenti cercheranno di ricostruire. La carcassa di un Mig-23 libico venne ritrovato sui monti della Sila, in Calabria. Testimonianze di militari presenti nella zona lasciarono emergere il fatto che l’aereo non cadde probabilmente a luglio, ma proprio alla fine del mese di giugno. Due sottufficiali affermarono inoltre che la fusoliera del Mig presentava fori compatibili con una raffica di mitragliatrice.

relitto dc-9 ustica
Il relitto del Dc-9 precipitato a Ustica il 27 giugno 1980 © Palickap/Wikimedia Commons

Eppure, la perizia ufficiale – basata su altre testimonianze – indicò che lo schianto sarebbe avvenuto a luglio. Il giudice Priore optò tuttavia per la prima tesi: il caccia libico avrebbe partecipato ad uno scontro aereo, con un inseguimento che dalla Sicilia si spostò in Calabria, sui cui cieli fu abbattuto.

I numerosi elementi emersi portarono all’apertura di un nuovo processo sui presunti depistaggi, avviato il 28 settembre del 2000 nell’aula bunker di Rebibbia, a Roma. Ci vollero 272 udienze, le audizioni di migliaia di testimoni, nonché perizie, contro-perizie e consulenze, per arrivare alla sentenza, pronunciata il 30 aprile del 2004. I generali Lamberto Bartolucci e Franco Ferri furono ritenuti colpevoli di “alto tradimento” e condannati a 15 anni di carcere. Ma nel frattempo erano intervenuti i termini di prescrizione.

Il 3 novembre 2005, inoltre, la Corte d’Appello ribaltò la sentenza, assolvendo i due militari perché “il fatto non sussiste”. Le prove, secondo i giudici, non erano infatti sufficienti. La procura di Roma presentò ricorso in Cassazione, ma il 10 gennaio 2007 arrivò la sentenza definitiva di assoluzione, con formula piena, di Bartolucci e Ferri.

La pista francese, l’omertà e i tracciati radar scomparsi

Esattamente come nel caso dei militari italiani, anche il ruolo delle forze straniere non è mai stato chiarito. Un’inchiesta del quotidiano francese Mediapart ha indicato che la Francia potrebbe aver avuto operativa in mare, quel 27 giugno, la portaerei Foch. La marina americana aveva inoltre ormeggiata nella rada di Napoli la Uss Saratoga, ma i militari statunitensi hanno sempre affermato che il radar della nave sarebbe stato spento.

Nel corso della sua inchiesta, Priore ha provato a più riprese a porre domande a Francia e Stati Uniti, ma senza ricevere risposte di rilievo. Anche i militari transalpini, infatti, hanno affermato che “non esistono registrazioni radar relative al giorno e all’ora richiesti”. Dichiarazioni che nel 2000 l’allora presidente del Consiglio italiano Giuliano Amato reputò “inaccettabili: è impensabile che le autorità militari francesi non abbiano a disposizione strumenti di registrazione radar”, scrisse in un memorandum, secondo quanto riferisce Mediapart.

La Francia disponeva infatti di un’importante base aerea a Solenzara, nella Corsica meridionale, a soli 400 chilometri dall’incidente. La versione ufficiale dell’aeronautica transalpina sulla mancanza di informazioni provenienti dal sito militare fu che quest’ultimo era chiuso dalle 17. Eppure, alcuni ex militari hanno affermato che il centro radar era spesso attivo fino al tramonto. Inoltre, un generale dei carabinieri dichiarò che il 27 giugno era in vacanza nei pressi della base e riferì di un movimento intenso di caccia che decollavano e atterravano.

Ciò che è certo, è che a 40 anni di distanza la strage di Ustica rimane ancora senza una verità ufficiale.

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