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Al centro dello scontro di Melendugno c’è il gasdotto Tap che partirà dall’Azerbaigian attraversando il mar Adriatico, e che che sfocerà per 8 chilometri sulla terraferma salentina.
Da una parte ci sono 10 miliardi di metri cubi di gas naturale, l’anno. Dall’altra 200 ulivi di San Foca di Melendugno, che dovranno essere estirpati, sacrificati sull’altare dell’energia che arriverà dall’Est, dall’altra parte del mar Adriatico, passando proprio per l’uliveto del comune salentino. È su questo dualismo che si sta giocando ormai da due anni in Puglia il duro scontro che vede da una parte i manifestanti No-Tap, che si oppongono alla realizzazione del Trans adriatic pipeline, l’oleodotto che porterà il gas dall’Azerbaigian all’Italia, e dall’altra la polizia e il governo italiano. Già nel marzo 2017 c’erano state le prime manifestazioni di protesta, con la Polizia che aveva a più riprese forzato i blocchi umani al cantiere messi in atto da circa 300 manifestanti ed effettuato cariche in risposta al lancio di pietre da parte dei manifestanti: gli incidenti avevano portato al ferimento di otto persone, tra cui anche tre consiglieri regionali. Adesso, dopo l’ok all’opera dato anche dal nuovo governo, le proteste sono riprese.
Lo scontro in effetti è anche politico perché, mentre nel 2017 il governo di centrosinistra aveva dato il via libera all’operazione di abbattimento degli ulivi, che dovranno lasciar posto all’ultimo tratto su terra del gasdotto (secondo l’allora ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti “la commissione di valutazione di impatto ambientale ha valutato per mesi con il massimo rigore scientifico e poi dato parere favorevole con prescrizioni al progetto”), il governatore della regione Michele Emiliano dice da sempre che “la Puglia non è mai stata messa in condizione di scegliere il luogo di approdo del gasdotto, noi lo volevamo da un’altra parte”. E adesso il nuovo governo Lega-M5S ha rinunciato a fermare il progetto per via dell’elevato costo delle penali.
Gli ulivi sono la punta dell’iceberg delle proteste dei No-Tap che sono contrari in toto al gasdotto, lungo 787 chilometri secondo il progetto, dall’Azerbaigian a Melendugno passando per la Turchia, la Grecia e l’Albania prima di inabissarsi nell’Adriatico. Per 105 chilometri il gasdotto, il cui costo stimato è di 45 miliardi di euro, con gli azionisti che si impegnano a investire 3 milioni all’anno per la sua sostenibilità ambientale, attraverserà le acque italiane fino a sbarcare sulle coste del Salento e, per gli ultimi 8 chilometri, su terraferma fino al cantiere di San Foca.
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Qui saranno riversati direttamente nelle reti nazionali 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno (più o meno il fabbisogno energetico annuo di 7 milioni di famiglie) L’opera, inserita dal governo italiano tra quelle strategiche, proprio come l’alta velocità in Val di Susa, vede tra i suoi azionisti molti dei gruppi energetici del mondo, tra cui anche Snam e Bp.
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