Agli eventi estremi occorre abituarsi, perché non sono più l’eccezione: a spiegarlo è il servizio di monitoraggio climatico europeo Copernicus.
In 1.500 anni i ghiacci dell’Artico non si sono mai sciolti così velocemente, e ormai invertire la rotta sembra molto difficile. È quanto emerge dal rapporto annuale dell’agenzia americana per gli oceani e l’atmosfera.
L’Artico potrebbe non tornare più come prima. Al momento non ci sono segnali che facciano sperare per il meglio: la superficie e lo spessore dello strato di ghiaccio si riducono costantemente, a una velocità mai registrata in 1.500 anni. Lo ha evidenziato il rapporto annuale presentato a New Orleans, in Louisiana, dall’Amministrazione nazionale oceanica ed atmosferica degli Stati Uniti (Noaa).
Se nell’estate del 2017 i ghiacci non si sono sciolti a livelli da record, al contrario nella stagione invernale – periodo in cui dovrebbero raggiungere la massima espansione – la loro crescita è stata minima. Lo strato di ghiaccio è sottile perché è relativamente giovane, cioè ha meno di un anno, come specificato nel rapporto. Solo il 21 per cento dell’intera superficie risulta essere composto da ghiaccio più “vecchio”, che ha più di un anno e quindi risulta più spesso, contro il 45 per cento del 1985. La regione artica si sta riscaldando due volte più velocemente rispetto al resto del mondo e stando alla Noaa, che è in possesso di dati risalenti a 1.500 anni fa, i ghiacci non si sono mai sciolti tanto velocemente.
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L’Artico oggi è molto diverso da com’era dieci anni fa e ormai le condizioni in cui si trova sono diventate “la normalità”, dato che il riscaldamento e lo scioglimento così consistenti sono purtroppo una realtà consolidata. Si tratta di un circolo vizioso: più il ghiaccio si scioglie, più l’acqua assorbe i raggi solari e si riscalda. Gli scienziati hanno confermato che l’attività umana e i conseguenti cambiamenti climatici contribuiscono al problema. “L’Artico è sempre stato il frigorifero del pianeta, ma la porta di questo frigo è stata lasciata aperta”, ha detto Jeremy Mathis, direttore del programma di ricerca sull’Artico della Noaa.
Anche flora e fauna stanno subendo delle modifiche. La tundra artica è più verde mentre la proliferazione del plancton, l’insieme dei piccoli organismi alla base della catena alimentare marina, è aumentata a causa delle acque più calde: nel mar di Barents, che fa parte del mar Glaciale artico, ad esempio, la temperatura è salita di quattro gradi rispetto alla media. Per proteggere questo ecosistema gli Stati Uniti, l’Unione europea e altre sette nazioni hanno firmato un accordo che vieta la pesca commerciale nella regione per almeno sedici anni. Anche le popolazioni locali sono in pericolo: “i villaggi vengono sommersi, soprattutto nella zona nordamericana, dando vita ad alcuni dei primi rifugiati climatici”, ha detto Mathis.
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Sembra una contraddizione il fatto che una ricerca come questa sia stata condotta proprio negli Stati Uniti, dopo che il presidente Donald Trump ha dichiarato la sua volontà di uscire dall’Accordo di Parigi sul clima. Timothy Gallaudet, nominato amministratore ad interim della Noaa, ha detto che la Casa Bianca prenderà in esame le informazioni raccolte e le includerà nella propria agenda. Ha anche aggiunto che si tratta di “fatti ottenuti grazie a migliaia e migliaia di misurazioni scientifiche che sono state convalidate e sottoposte a revisione da parte di una comunità di esperti che operano nel settore da decenni”. La speranza è che il numero crescente di ricerche scientifiche, che non solo offrono dati precisi ma anche esempi concreti delle conseguenze visibili che le attività umane provocano sull’ambiente, possano dimostrare alle nazioni di tutto il mondo che i cambiamenti climatici sono un problema reale, che dobbiamo risolvere insieme.
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