Upcycling è stata eletta parola dell’anno 2019, ma per Favini non è una novità

In tempi non sospetti Favini ha fatto dell’upcycling, ovvero la pratica di riutilizzo di materiali di scarto, uno dei propri capisaldi.

I grandi cambiamenti sociali sono sempre accompagnati da cambiamenti culturali e lessicali, la lingua cerca infatti di tenere il passo degli usi e delle sensibilità in costante mutamento. L’ambiente, con le sue criticità e opportunità, è ormai al centro della scena, lo scorso novembre il dizionario Oxford ha attribuito a “emergenza climatica” il titolo di parola dell’anno 2019, mentre il dizionario inglese Cambridge ha scelto la parola “upcycling”.

 

Cos’è l’upcycling

Questo termine, nato ufficialmente nel 2002, non ha un letterale equivalente in italiano e si può tradurre con la perifrasi “utilizzare materiali di scarto, destinati ad essere gettati, per creare nuovi oggetti dal valore maggiore del materiale originale”. Il riciclo restituisce ad un materiale la sua funzione originaria, mentre l’upcycling “lo valorizza grazie a un design intelligente che lo rende più interessante a livello economico, estetico ed emotivo”,  ha spiegato il designer Max McMurdo nel suo manuale Upcycling, ovvero l’arte del recupero ricco di idee originali. L’obiettivo dell’upcycling è dunque quello di ridurre gli sprechi e migliorare l’efficienza dell’uso delle risorse, creando un nuovo prodotto dal valore maggiore a partire da rifiuti o materiali di scarto.  

Favini e l’upcycling, una storia che parte da lontano

Valorizzare i materiali di scarto è proprio quello che fa da tempi non sospetti Favini, azienda che opera nel mercato cartario e del packaging, nota per il suo approccio innovativo unito alla sensibilità ambientale. Favini ha infatti iniziato a fare upcycling negli anni Novanta, quando questo termine non esisteva neppure. Nel corso degli anni l’azienda ha utilizzato una sorprendente varietà di sottoprodotti come materie prime preziose per la produzione di carte a basso impatto ecologico.

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Riuso creativo al potere

Alghe, sottoprodotti di lavorazioni agro-industriali, come residui di mandorle e nocciole, agrumi, caffè e uva, cuoio e anche scarti tessili, questi sono alcuni degli scarti cui Favini ha conferito nuova vita trasformandoli in materie prime per la produzione di carta ecologica di alta qualità. La storica cartiera ha intrapreso la strada dell’upcycling nel 1992, quando ha creato Shiro alga carta, carta nata dalle alghe infestanti presenti nella laguna di Venezia. Dopodiché la ricerca di Favini non si è più interrotta e l’azienda ha usato i materiali più disparati per le proprie carte, accomunate dall’applicazione della filosofia dell’economia circolare e dell’upcycling per la loro realizzazione.

La sostenibilità di Favini in cifre

Favini si avvale della consulenza di LifeGate per la sostenibilità, la quale ha realizzato per l’azienda un’attività di analisi e di valutazione delle performance di sostenibilità, contribuendo alla realizzazione della sezione Sustainability channel sul sito di Favini. La bontà del percorso di Favini è certificata dalla diminuzione dei consumi idrici ed energetici e dalla riduzione delle emissioni di CO2. Tra il 2009 e il 2018 i consumi idrici di Favini sono stati ridotti del 40 per cento e i consumi energetici del 15 per cento, mentre le emissioni sono calate del 21 per cento, evitando l’immissione in atmosfera di quasi 5mila tonnellate di CO2 grazie all’autoproduzione di energia idroelettrica.

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